In “C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando” ci sono il passato e il futuro che si specchiano l’uno nell’altro

«Quando vado a Milano per curarmi, nei corridoi sento parlare meridionale e mi incazzo». Forse vale la pena cominciare da qui, da questa frase pronunciata da Cataldo Perri a circa tre quarti del film. La storia che racconta, in “C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando”, è storia dei tanti costretti ad attraversare il Paese per tenersi stretta la propria vita o quella dei propri cari, con la speranza serrata nei pugni e la rabbia tra i denti, nella testa il pensiero fisso di non voler “morire stranieri”. Racconta, Cataldo Perri, di averlo sentito dire a un anziano, in una delle sue trasferte sanitarie: «Non voglio morire straniero». E chissà in quanti lo hanno pensato, infilandosi tra le lenzuola di un letto che di casa non ha niente, fredde come i numeri, come i chilometri che da casa separano.

A Cataldo Perri, medico e musicista, spetta l’onore di accogliere, con la sua chitarra battente e accompagnato alle tastiere da Leo Caligiuri, il pubblico arrivato al cinema San Marco di Corigliano-Rossano per la proiezione del docufilm di Federico Greco e Mirko Melchiorre. «Ci avevano sconsigliato tutti di partire da qui, dicendoci che la Calabria cinematograficamente è un territorio difficile. Abbiamo detto: non ce ne frega niente, il film è in Calabria, è dedicato a voi, a loro che hanno fatto la lotta e va bene così». Parole e idee chiare per i due registi romani che qui hanno deciso di far iniziare il tour della loro opera, che il 12 approderà a Cosenza e Roma e poi in tutte le sale d’Italia. Non solo. L’annuncio arriva proprio prima della proiezione: «Ce lo hanno richiesto anche a Ginevra».

In sala, con loro, i protagonisti del film e della vicenda – straordinaria, ma vera che più vera non si può – che si dipana sullo schermo incastonata nel racconto dell’ascesa e discesa di una delle più grandi conquiste del Dopoguerra: la sanità pubblica. La storia dell’ospedale di Cariati comincia assieme a quella del Servizio sanitario nazionale, fiore all’occhiello di un’Italia che a un certo punto ha pensato bene di disfarsene, erodendolo pezzo dopo pezzo, trasformando le vecchie Usl in aziende, l’assistenza in un affare per potentati economici e il diritto alla salute in un lusso per pochi o in un favore da elemosinare. Gli anni si susseguono in una narrazione puntuale e altrettanto drammatica, messa insieme dalle voci di medici, studiosi, analisti e attivisti di fama internazionale: 1978, 1992, 2001.

In mezzo scorre il 2020, quando a Cariati «un manipolo di ribelli di ogni età» decide di occupare un’ala dell’ex ospedale “Vittorio Cosentino”, rimasto nel 2010 vittima del piano di rientro assieme ad altre 17 strutture in tutta la Calabria. Un presidio che funzionava avviato a una fine inesorabile, fino a che qualcuno non decide di fare la storia anziché subirla. I loro volti – bellissimi, come quelli di tutti coloro che si battono per qualcosa – dominano lo schermo: fanno ridere, fanno piangere, fanno pensare. E, alla fine della proiezione, ci si ritrova a voler bene a ognuno di loro. L’entusiasmo, la stanchezza, lo sconforto, la preoccupazione, la rabbia sono emozioni che saltano al di qua dello schermo e inducono più volte a cambiare posizione sulla poltrona. E non perché sia scomoda, ma perché quello che arriva è un disagio che riaffiora, un vissuto tirato fuori dal racconto che sembra fluire per conto suo mentre capisci che il conto è anche tuo. E Giacarta la vedi arrivare davvero.

Nel film di Greco e Melchiorre c’è tutto: le cause e gli effetti di un disastro sempre più vicino, quando non già compiuto, appaiono chiare in quell’intersezione perfetta della micro storia di Cariati nella macro storia di un mondo che ha sacrificato l’umanità al profitto e trasformato i diritti in un optional. Tutto questo intessuto di vita vera. La vita vera di un gruppo di eroi dei giorni nostri che sono riusciti a far diventare universale la loro battaglia alla periferia del globo. Facendoci sorridere, in quei non rari momenti comici che così genuini fioriscono solo nelle situazioni drammatiche e poi facendoci arrabbiare e commuovere e sorridere di nuovo.

La voce narrante di Peppino Mazzotta ci accompagna in questo viaggio alla fine del mondo, in compagnia di Michele Caligiuri, Cataldo Curia, Mimmo Formaro, Ninì Formaro, Mimmo Scarpello e Cataldo Perri. Schiaffeggiati qua e là dalle immagini della terapia subintensiva di Crotone nel pieno dell’emergenza Covid, o da quel viaggio dell’ambulanza verso Scala Coeli che tanto ricorda le carovane sulle strade polverose del vecchio west.

In “C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando” ci sono il passato e il futuro che si specchiano l’uno nell’altro: il passato glorioso di una sanità pubblica relegata al ricordo da una parte, dall’altra il futuro prossimo – in alcuni casi il presente – di un massacro condotto a suon di privatizzazioni selvagge e diritti sottratti a colpi di penna. Ma il presente è anche quello di chi la narrazione vuole riscriverla, che un pubblico sinceramente grato omaggia sul finale con un lungo applauso. I ribelli di Cariati che a ritmo di musica e con la forca in mano avanzano verso l’obiettivo, riempendo lo schermo della loro grandezza d’animo. E due registi altrettanto ribelli, che hanno deciso di sovvertire le regole del loro mondo iniziando per due volte il viaggio da qui, andata e ritorno, da questo buco nero che è la Calabria, accollandosi tutti i rischi di una terra difficile cinematograficamente e non solo. Rendendo la lotta arte e l’arte lotta.

Mariassunta Veneziano

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