I SINDACI INCONTRANO IL COMMISSARIO DELEGATO ALL’EMERGENZA RIFIUTI

I sindaci del basso Jonio cosentino e dell’alto crotonese sono stati ricevuti ieri mattina a Catanzaro dal Commissario delegato straordinario per all’emergenza rifiuti, Vincenzo Speranza. Sul tavolo la storia infinita della discarica di Scala Coeli che i primi cittadini, sofferenti tutti della sindrome di Nimby, non vogliono entri in funzione. L’incontro di ieri (“cordiale” lo definisce il sindaco di Mandatoriccio, Angelo Donnici) sembra aver soddisfatto le parti se Speranza ha garantito che quell’impianto non può aprire a causa di una lunga serie di prescrizioni ancorché revocate dal Dipartimento politiche dell’ambiente con il provvedimento del 25 gennaio scorso. Il lungo braccio di ferro comincia il 29 marzo 2010, quando la Regione, con il decreto 4180, autorizza la società Bieco srl alla realizzazione di una discarica di rifiuti speciali non pericolosi in contrada Pipino. Inizia una lotta a colpi di carte bollate che migra costantemente tra procure e Tar, condita da ricorsi, controricorsi, reclami, summit fra sindaci, proteste di comitati civici e semplici cittadini. Ma definire tutta la storia, o cercare responsabilità, è un esercizio sterile ed inutile. Il fatto chiaro, a questo punto, è che questa discarica, forse a torto, forse a ragione, i signori sindaci non la vogliono. Per i sindaci ci sarebbe una tale mole di irregolarità procedurali da iscrivere la struttura nell’elenco delle opere abusive o, almeno, non rispettose dei progetti originari, ed il vizio d’origine sarebbe da ricercare finanche nell’occupazione abusiva di determinate particelle: insomma, aree dove la Bieco non avrebbe potuto edificare alcunché. La Bieco, a quanto risulterebbe dalla documentazione, non avrebbe la disponibilità delle particelle 56 e 57 (Foglio 62 del Comune di Scala Coeli), e quindi la “non disponibilità reale delle aree su cui va ad insistere l’impianto”. Traduzione: la Bieco non poteva costruire dove ha costruito perché quelle terre non sono nella sua piena disponibilità. Ora, sulla questione della proprietà c’è un guazzabuglio così intricato che è facile, cercando di interpretarlo, rompersi l’osso del collo. Noi ci proviamo, scusandoci con gli specialisti se incapperemo in qualche refuso giuridico. Dunque, una porzione di terreno comprata da Bieco non sarebbe di proprietà di chi ad essa la ha venduta, giacché c’è un tale giro di compromessi verbali ed olografi, che risale ad almeno un secolo fa, talmente ingarbugliato da far tremare il polso e le vene. Il comitato “No discarica” ha condotto una serie di certosine indagini dalle quali si evincerebbe che la vendita di certi terreni a Bieco srl è del tutto aleatoria, per non dire che la società, per difetto di titolarità, non potrà mai dimostrare di essere la reale proprietaria dell’area in cui insiste la discarica. Saremmo dinanzi ad una promessa di vendita dei terreni da parte di proprietari fittizi (in buona fede, s’intende) mentre “nessuno si preoccupava se i venditori avessero la disponibilità delle particelle da vendere”. Insomma, Bieco srl si ritroverebbe in mano “un titolo di proprietà che presenta un vizio di fondo che le attribuisce la esclusiva titolarità di un fondo quando, in realtà, poteva acquisirne solo un quinto”. Sintesi: è un pasticcio all’italiana segnalato all’Agenzia del Territorio di Cosenza; al Dipartimento delle politiche per l’ambiente della Regione; al Nucleo regionale per la valutazione dell’impatto ambientale ed alle Procure della Repubblica di Catanzaro, Rossano e Cosenza. Ieri, i sindaci hanno rammentato a Speranza tutto il tormentato iter burocratico che si trascina addirittura dal luglio del 2009, quando i consigli comunali del territorio deliberano la propria contrarietà al progetto della Bieco. “C’è all’origine – spiega sempre Donnici- una carenza di informazione che, speriamo, siamo riusciti finalmente a colmare”. Da ultimo, a parte le “violazioni” esposte, i sindaci tirano fuori l’asso dalla manica: “La discarica non è servita da alcun accesso, atteso che la strada provinciale 6 (per una lunghezza totale di 14 chilometri e 550 metri, di competenza della provincia di Crotone, è stata chiusa al traffico con un ordinanza, a firma dell’Uffico tecnico provinciale, che risale addirittura al 22 settembre 2004 e che vieta il transito a tutti i mezzi. Il provvedimento, ancora in vigore perché mai revocato, non è mai stato rispettato né fatto rispettare. Perché?

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