Finché c’è musica mi tengo su

Finché c’è musica mi tengo su diceva una vecchia canzone ormai dimenticata dei mitici Rokes, quelli di Ma che colpa abbiamo noi, di C’è una strana espressione nei tuoi occhi e di È la pioggia che va, che forse i miei ventiquattro lettori si ricordano, visto che probabilmente la maggior parte di loro ha un’età non molto distante dalla mia.

È un pensiero che mi è venuto in mente dopo una chiacchierata con Cataldo Formaro che mi parlava del tempo in cui, nei lontani e mitici anni ’60, in tutti i bar, invece delle invereconde slot-machine che li ingombrano adesso, troneggiava un juke-box: e con cinquanta lire potevi sentire un 45 giri, o addirittura tre spendendo solo il doppio; e siccome, all’epoca, una canzone durava nel tempo, e la gente ci si affezionava, se restavi in zona potevi riascoltare una diecina di volte Cuore matto di Little Tony, o Il Silenzio di Nini Rosso, o Obladi-Oblada dei Beatles, alternate con Cuore di Rita Pavone, Let’s spend the night together dei Rolling Stones, La bambola di Patty Pravo e Piange il telefono di Modugno in una playlist tanto variegata quanto bizzarra.

Quel tempo non c’è più ma la musica, anche se è cambiata completamente (parlo ovviamente della musica pop), c’è ancora e aiuta a scacciare il senso di avvilimento che ti prende quando dài un’occhiata ai giornali e leggi, ad esempio, che il giornalismo libero è minacciato con lettere anonime, che il cattolico Formigoni per definire gli omosessuali ricorre – con spirito ben poco cristiano – all’appellativo checche, o che Matteo Renzi non si scandalizza per il voto di gente che con la Sinistra va d’accordo come il diavolo con l’acqua santa, o che Beppe Grillo, con doppio salto mortale avvitato e carpiato, si scorda quanto gli erano care, due anni fa, le unioni civili, per piegarsi a calcoli meno nobili sul piano dei principî ma forse più gratificanti su quello elettorale; e in Egitto il regime arresta, tortura, sevizia e uccide gli oppositori, e ce ne accorgiamo solo quando assassina un nostro concittadino, colpevole di essere troppo onesto e intelligente; e intanto in Siria si muore di fame o scannati, di freddo o sotto le bombe, mentre l’Europa si prende a calci da sola nel nome del rispetto dei bilanci pubblici.

Finché c’è musica mi tengo su.

E allora lasciamo perdere i motivi di avvilimento e anneghiamo i dispiaceri nella musica, a rischio di farcene venire degli altri.

Domani comincia il festival di Sanremo che in realtà è già cominciato da un pezzo con la faccia di bronzo (letteralmente) di Carlo Conti che annunciava novità strepitose e rendeva noti i nomi degli altri presentatori, degli ospiti, delle vallette-o-come-si-chiamano-adesso, dei big e delle nuove proposte. Nuove proposte che l’anno prossimo, per il fatto stesso di essere state sul palco dell’Ariston, saranno promosse d’ufficio al rango di big.

Insomma, la solita menata.

E allora, mie cari e pazienti ventiquattro lettori, per annegare i pensieri cupi seri mi farò venire degli altri pensieri cupi, ma frivoli, commentando la kermesse musicale che anche quest’anno la RAI riesuma dal fondo polveroso dei suoi magazzini per la gioia dei criticoni come me, i quali già sanno che ci saranno polemiche sulla durata delle serate, ci saranno polemiche sul costo del festival, ci saranno polemiche sulle vallette-o-come-si-chiamano-adesso, ci saranno polemiche sugli ospiti, ci saranno polemiche sulla musica delle canzoni, ci saranno polemiche sui testi delle canzoni, ci saranno polemiche sugli esclusi dalla finale, ci saranno polemiche sui vincitori e infine ci saranno polemiche perché ci saranno troppe polemiche.

Su una cosa saremo tutti d’accordo: non ci sono più le canzoni di una volta. Tanto è vero che, come già è successo con le ultime edizioni, anche il vincitore di questa, e soprattutto la sua canzone, nel giro di tre mesi ce li saremo scordati completamente.

La soddisfazione di dire anch’io la mia sullo spettacolo più atteso e più criticato d’Italia me la voglio levare, anche se sarà un po’ come sparare sulla Croce Rossa.

Se non altro per annegare per qualche giorno le lettere anonime, Formigoni, Renzi, Grillo, l’Egitto, la Siria, le miserie dell’Europa e tutto il resto in un mare di musica: cattiva musica, d’accordo, ma pur sempre musica.

D’accordo, la musica poi finisce; ma finché c’è musica mi tengo su.

 

Giuseppe Riccardo Festa

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