Europa e Ungheria: botte da Orban (e una lezione per la destra nostrana)

Mi dispiace dover dire cose talmente ovvie da rasentare la noia, ma mi costringe a farlo la demagogia di bassa lega e anche di bassa fratellanza (ogni allusione ai prossimi vincitori delle elezioni politiche NON è accidentale) di certi nostri personaggi politici.

Dunque, facciamo un ripassino di storia.

Mussolini andò al potere, almeno formalmente, nel rispetto delle norme costituzionali dell’epoca: dopo la Marcia su Roma il governo Facta diede le dimissioni perché il re Sciaboletta aveva rifiutato di firmare lo stato d’assedio e il medesimo re, capo dello Stato, diede l’incarico al futuro duce che in seguito indisse un plebiscito, e quel plebiscito gli conferì a strabocchevole maggioranza la fiducia degli elettori. Hitler, addirittura, al potere ci andò dopo aver vinto le elezioni, proprio come Orban che non solo le ha vinte ma le ha pure rivinte. E pure Trump, che ha cercato di rovesciare l’esito di quelle che gli hanno negato il secondo mandato, le elezioni che gli hanno conferito il primo le aveva vinte.

Dunque non è detto che il vincitore di elezioni democratiche (o apparentemente tali, come il plebiscito di Mussolini) sia ipso facto una persona democratica, né che sia capo di un Paese democratico.

Quello che conta non è il modo in cui si arriva al potere ma il modo in cui quel potere, poi, lo si gestisce e dunque bene ha fatto il Parlamento europeo a decretare (finalmente) che l’Ungheria non è più un Paese pienamente democratico perché le sue leggi non si rispecchiano più nei principi e nei valori fondanti dell’Unione Europea.

Se la maggioranza degli ungheresi ha deciso che quelle leggi le stanno bene, è ovvio che sia padronissima di affidarsi a qualcuno, come Orban, che attua questa sua decisione; ma a questo punto l’Unione Europea, da parte sua, ha il diritto di far notare all’Ungheria che, rifiutando i principi che pure si era impegnata a rispettare chiedendo l’adesione, è lei che si esclude e non l’Unione a sanzionarla e, auspicabilmente, ad espellerla.

Dunque meglio farebbero i Salvini e le Meloni di casa nostra, dichiarati ammiratori di Orban, a evitare di dire sciocchezze: il fatto che costui abbia vinto democratiche elezioni non gli dà il diritto di pretendere che l’Unione continui a finanziare il suo Paese, che dell’Unione vuole i quattrini ma rifiuta i valori fondanti. Mi auguro che la lezione sia compresa anche dalla Polonia, che quanto a valori fondanti dell’Europa non è da meno, nel prenderli a calci, dell’Ungheria di Orban, e anche dai sullodati Salvini e Meloni.

In particolare quest’ultima che ho sentito dire orgogliosa, nei confronti dell’Unione, che “la pacchia è finita”: la pacchia finirà per l’Italia, se seguirà le orme dell’Ungheria, perché – anche lasciando da parte i sacrosanti valori morali e sociali – dei finanziamenti e del supporto dell’Unione il nostro Paese (basti pensare al finanziamento del nostro debito pubblico da parte della BCE e ai fondi del PNRR) ha un bisogno disperato.

Dunque, signora Meloni, faccia la brava, stia calmina e si faccia una ripassatina di un libro di storia: il nazionalismo alla Orban, ossia l’Europa delle piccole patrie, è roba da miopi nostalgici di un tempo fortunatamente superato: un tempo che all’Europa ha portato solo guerre, miseria, vergogna e disperazione.

Se lo ricordi, per favore, quando (se) riceverà da Mario Draghi il famoso campanellino.

Giuseppe Riccardo Festa

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