Le mie scuse, ministro Salvini

Deve anche capire, ministro: lei per anni ha affermato, dichiarato, ripetuto e ribadito di non sentirsi italiano. Ricorda? Da “Radio Padania”, prima della finale di non ricordo più quale campionato internazionale di calcio, disse di tifare contro la Nazionale italiana. Come il fondatore del suo partito, dichiarò inoltre di detestare il Tricolore, e che con quella bandiera pensava di detergersi le terga dopo la defecazione. Ha cantato, birra in mano, inni che contenevano frasi di questo tipo: “Senti che puzza / scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani”.

Dunque è scusabile chi, come me, dubitava della sincerità della sua improvvisa conversione al più acceso nazionalismo italico, a tal punto acceso da ricordare negli accenti (“Me ne frego”, “Noi tireremo dritto”) un altro politico, uno che tanti anni fa usava anche lui toni epici e anche lui adorava le uniformi; non so se ha presente: lei, più modestamente, si fa chiamare “Capitano”; lui amava essere definito “Duce”.

Improvvisa conversione, si chiedevano i dubbiosi (fra i quali, lo confesso, anche io), o astuta operazione di maquillage?

Ma oggi, ministro, lei ha dato la più cristallina, la più chiara, la più inequivocabile dimostrazione di essere davvero, indubitabilmente un italiano: vero, verace, ruspante, autentico, DOC.

No, ministro, tranquillo: non la paragono a quegli italiani noiosi sul tipo di Michelangelo Buonarroti, Carlo Rubbia, Giacomo Leopardi, Cesare Beccaria o Riccardo Muti e Claudio Abbado, o quei pazzi come i giudici Livatino, Falcone e Borsellino o come Giorgio Ambrosoli, insomma quella gente che per tutta la vita si è insopportabilmente comportata in modo lineare e coerente, studiando e impegnandosi e magari facendosi anche ammazzare per la Patria: quelli non sono mica italiani. Cioè, non sono mica italiani normali.

Lei invece, ministro, oggi lo debbo ammettere, lo è. Lei è un italiano normale, anzi, che dico “normale”? Lei è un vero campione dell’italica normalità.

Ho dubitato che non lo fosse, a parte i citati precedenti, quando, altero e con i pugni sui fianchi, ha fieramente e sdegnosamente dichiarato di non temere un processo per la faccenda della nave Diciotti: ecco, mi sono detto, uno che non ha paura di nulla, uno che con sprezzo del pericolo difende fino in fondo i suoi atti e le sue idee, dovesse anche farlo in tribunale. Mica come gli altri, mica come gli italiani.

Ma poi c’è stato – oh, quanto ineffabilmente italiano! – un graduale sfumare della sua posizione: “Deciderà il Senato” ha detto ieri. E oggi, ammonente verso i non meno ondivaghi pentastellati: “Processare me equivale a processare l’intero governo”.

Dunque le mie scuse, ministro, per aver dubitato di lei: la dichiaro ufficialmente, innegabilmente, indiscutibilmente italiano. Anzi, ITALIANO. E la introduco idealmente nel grande Pantheon dei suoi illustri predecessori, tutti quegli italiani veraci che di fronte al pericolo hanno sempre saputo trovare la scusa per scappare a gambe levate, che di fronte ai deboli hanno sempre saputo mostrarsi inflessibili ma ammiccanti verso i forti, quelli che condannano il ladruncolo di strada ma s’inquattano orgogliosi i milioni che rubano loro. Lei entra di diritto, ministro, nella grande famiglia degli italiani medi.

Ma che dico, “medi”? No, lei ha diritto a un ben più alto riconoscimento. Lei, ministro, è il campione, il faro, il punto di riferimento, il nuovo, inarrivabile e inimitabile modello dell’italiano più ammiccante, livoroso, ingrugnato, miope, egoista e meschino.

L’italiano mediocre.

Giuseppe Riccardo Festa

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