ELEZIONI FRANCESI : INNO ALLA NOIA

Sui Campi Elisi c’era musica nell’aria. Domenica sera, Emmanuel  Macron sulle note dell’ Inno alla gioia festeggia la sua seconda vittoria su Marine Le Pen. Tuttavia, c’era anche una certa mestizia. Più un inno alla noia che alla gioia per il presidente e per la Francia. Macron è stato sì eletto con oltre 18 milioni di voti, ma il paese sembra stanco, depresso, annoiato. Le elezioni nella provincia di un impero sono sempre qualcosa di poco importante, quasi mai un evento epocale, però la Francia fa eccezione, perché è il paese cocco dell’ egemone. Gli Stati Uniti perdonano molto ai francesi, quasi tutto. Non è un caso che sono gli unici, ovviamente eccetto gli Usa, ai quali è permesso far navigare una portaerei dotata dell’ arma atomica: la de Gaulle. Non c’è l’ha nemmeno la Cina, la potenza rivale.

Troppe divisioni nella grandeur – Non sono mai state così evidenti come in queste presidenziali. Sono sempre più importanti nella società francese e quel che è peggio (la Comune dell’ 800 lo insegna) è che tali spaccature stanno arrivando a Parigi. Sì, se non proprio sotto la torre Eiffel almeno in periferia. Schizza l’astensionismo come non era mai successo nella storia della Quinta repubblica. Il rifiuto del voto sfiora il 30%, oltre il 28. Ed è alto anche nella nutrita comunità musulmana. Ovvio, al ballottaggio il voto musulmano al 90% è andato a Macron (per loro la Le Pen resta improponibile), tuttavia oltre mezza comunità si è astenuta e al primo turno ha votato in massa il candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon. Si conferma quindi una spaccatura a tutti i livelli e c’è una voglia di anti sistema diffusa che se rifiuta nettamente, probabilmente per l’ ultima volta, la candidata di estrema destra, di certo non ama Macron. Siamo alle solite: la scelta che inevitabilmente cade sul meno peggio. Ma basterà ? Non è facile prevederlo, perché le forti divisioni restano e c’è da giurare, come si evince anche dal primo discorso di un Macron appena rieletto, che si faranno sentire in un futuro assai prossimo.

Città VS campagne, un assioma fallace – Sembrava scontato, ma non è andata come altre volte e dopo un’ attenta analisi del voto cade un’ altra leggenda metropolitana: le grandi città a sinistra e i paesi di campagna a destra. Stavolta non è andata così e se le città hanno sempre scelto il presidente, in entrambi i turni, anche in campagna Macron non è andato male. Insomma, un altro mito che cade: lo scontro tra le città progressiste e le campagne reazionarie. Sacrificato sull’ altare della geopolitica e della strategia. Non è un caso che le località dove la Le Pen ha preso maggiori consensi sono proprio quelli che confinano con la Germania, evidentemente tutti sono memori dell’ espansionismo tedesco e preoccupati del riarmo intrapreso dal “guginastro sul Reno”, invero mai amato. La candidata della destra in campagna elettorale aveva infatti sottolineato le sue posizioni anti tedesche con questa frase: “Le distanze sulla strategia con la Germania per noi francesi sono incolmabili”. Guarda caso il suo elettorato si è concentrato  ai confini con la nazione nemica di sempre.

Corsi e ricorsi storici – Un altro dato curioso che emerge da queste elezioni è il voto in Corsica, incredibilmente andato alla candidata nazionalista, pur con un sentimento indipendentista in crescita costante. Anche qui, come nei dipartimenti di oltre mare, probabilmente per ragioni opposte, galoppa l’anti sistema, l’eterno scontro tra  stato e anti stato. Un problema annoso per la Francia: la Bastiglia lo insegnò in quel leggendario 14 luglio. Roba da scuotere i nervi.

Un esagono nel Pentagono ? – Eppure un’ altra certezza si fa strada in queste elezioni, cioè gli indizi post-storici: la fine dei cosiddetti grandi partiti, con i socialisti e i gollisti ridotti addirittura all’ inesistenza, ma anche una sorta di “americanizzazione” dell’elettorato, che potrebbe finire per spingere uno dei tanti satelliti, seppure il più amato e al contempo considerato discolo dagli statunitensi, in quella post-storia presente dentro ogni sfera di influenza. E’ difficile accettarlo per i francesi, che ancora si credono un impero, coadiuvati in questo dall’ eterna tolleranza a stelle e strisce. Ebbene, se tutti questi indizi fossero veri allora è naturale quel senso di tristezza che si respirava alla festa di Macron, perché passare da essere la Francia a un satellite qualunque lascerà nella collettività d’oltralpe un senso di vuoto difficile da colmare per tutti. Emmanuel Macron compreso.

MARCO TOCCAFONDI BARNI

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