■Antonio Loiacono
In ogni comunità esistono luoghi che il tempo non attraversa: restano lì, immobili, a custodire memoria, fede e appartenenza. Non perché il tempo li abbia risparmiati, ma perché continuano a custodirne il passaggio.
A Longobucco, lungo il bivio di Macrocioli, c’è una piccola edicola in pietra che da settantacinque anni osserva il mutare delle stagioni, il ricambio delle generazioni, il lento trasformarsi delle abitudini.
Non è soltanto una Madonnina. È un frammento di memoria collettiva.
La sua storia affonda nel maggio del 1950, quando la Gioventù Femminile di Azione Cattolica decise di erigerla come segno di fede e punto di ritrovo. In quegli anni maggio aveva ancora il profumo delle processioni semplici e delle preghiere dette a voce bassa. Giovani ragazze e donne si raccoglievano lì, accompagnate dal sacerdote, per il Rosario serale. Non era soltanto devozione. Era una forma di vicinanza, una grammatica della comunità.
Con il passare dei decenni, quel piccolo presidio di spiritualità è rimasto fermo, quasi a presidiare una parte intima della storia longobucchese. Ma come accade a molti luoghi della memoria, anche la pietra ha conosciuto il peso dell’abbandono: sterpaglie, incuria, il silenzio che si deposita sulle cose dimenticate.
Poi qualcosa si è rimesso in moto. Non per caso, ma per volontà.
L’Associazione V.E.S.C.A., raccogliendo un’intuizione di Alberto Flotta, ha deciso di restituire a quel luogo una nuova forma di bellezza. Non un restauro monumentale, né un intervento spettacolare. Piuttosto un gesto delicato, quasi domestico, e per questo potentissimo: un arco di papaveri e rose realizzati all’uncinetto, simboli scelti come emblema dell’associazione.
Un lavoro che porta dentro il ritmo antico delle mani e quella sapienza femminile capace di trasformare il gesto ripetuto in arte e cura. L’idea era quella di completare l’opera proprio nel mese di maggio, nel tempo che per tradizione appartiene alla Vergine. Ma altri impegni, altre iniziative solidali, hanno rallentato il progetto.
Eppure certi ritardi non cancellano il senso delle cose. Lo approfondiscono.
Accanto al lavoro simbolico c’è stato quello concreto. Alberto Flotta si è occupato personalmente di ripulire l’area dalle erbacce, liberando lo spazio dall’incuria e restituendo dignità a un luogo che molti longobucchesi continuano a sentire come proprio.
Attorno a questa rinascita si è stretta una piccola comunità operosa: Luigina Diletto, Adriana Forciniti, Filomena Campana, Maria Perfetti, Caterina Filippelli, Angela Diletto, insieme al presidente dell’associazione, l’avvocato Pino Flotta. Nomi che raccontano una verità semplice: la memoria non si conserva da sola. Ha bisogno di persone che scelgano di farsene carico.
Rimane però un ultimo intervento da affrontare: nell’area persiste ancora un cumulo di materiale che il gruppo, per mancanza di mezzi adeguati, non è in grado di rimuovere. Per questo l’associazione si rivolge all’Amministrazione comunale, chiedendo collaborazione per completare il recupero dell’area.
Perché i luoghi simbolici non appartengono mai a chi li cura soltanto per primo. Appartengono a tutti.
E in fondo è questo il senso più profondo della piccola Madonnina di Macrocioli: ricordare che la bellezza non è mai soltanto estetica. È responsabilità condivisa. È memoria che si oppone all’oblio. È il filo invisibile che tiene insieme chi c’era, chi c’è e chi verrà.
A volte basta poco: una pietra, qualche fiore cucito a mano, un pezzo di terra ripulito e un paese che decide di non dimenticare.
A Macrocioli non è rinata soltanto un’edicola votiva. È riaffiorata una domanda antica: quanto vale, oggi, prendersi cura di ciò che ci ha preceduti? Forse la risposta è tutta lì, in quei papaveri di filo che non appassiscono.
Views: 46

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.