■Antonio Loiacono
Il pomeriggio di oggi ha portato con sé una notizia che Cariati sperava di non dover mai ascoltare: Cataldo Perri è morto. Se n’è andato nelle prime ore del pomeriggio, quando la luce del giorno comincia a inclinarsi e il mare cambia colore, come se anche lui sapesse che qualcosa stava per spegnersi. La notizia ha attraversato il paese come un’onda improvvisa, lasciando dietro di sé un silenzio denso, incredulo.
Ci sono persone che attraversano il mondo come un lampo gentile, lasciando nella memoria degli altri non la scia della loro assenza, ma una vibrazione. Cataldo Perri era una di queste creature rare: medico di Medicina Generale, musicista, scrittore, uomo di mare anche quando il mare era lontano. E soprattutto: uomo che aveva imparato a trasformare la malattia in una forma ulteriore di vita.
Tutto comincia nell’autunno del 2010, quando un adenocarcinoma pancreatico si prende il diritto di bussare alla sua porta. Gli avevano detto che il suo tempo sarebbe stato breve, tre anni appena, come la scadenza impressa sul fondo di una scatoletta di tonno. Ma Cataldo non credeva nei calendari della paura: da quel momento, ogni giorno diventa una sfida, un canto, una pagina nuova da aggiungere alla sua storia.
E la sua storia non era quella di un uomo qualunque.
Era uno dei più raffinati interpreti di chitarra battente, con una tecnica personale che sembrava attraversare secoli di tradizione calabrese portandoli in avanti, nel nostro tempo. Le sue dita raccontavano la vita a colpi di corde, come se ogni nota fosse una scheggia di memoria che si staccava da un paese del Sud per farsi mondo.
La sua arte non si fermava al suono: diventava teatro, parola, voce collettiva.
“Laura e il Sultano”, con le musiche arrangiate da Gigi De Rienzo, volò dal Teatro Rendano di Cosenza ai palchi tedeschi di Norimberga e Waiblingen, mentre le stesse musiche approdavano su CD con il titolo “Rotte saracene” (Rai Trade) e venivano scelte dalla Rai per programmi come Sereno Variabile, Linea Blu, Mediterraneo, Geo&Geo.
La sua “Tarantella di Cariati” divenne un refrain nazionale: apriva lo spot meteo di una nota marca di pasta, attraversando le case italiane come un frammento di festa.
E poi c’era “Bastimenti”, la storia del nonno partito per l’Argentina nel 1924 e mai più tornato. Un’opera che è diventata viaggio, concerto, rito: rappresentata al Rendano con la regia di Daniele Abbado, con la Philarmonia Mediterranea diretta da Luigi De Filippi e con giganti della musica come Mario Arcari, Beppe Quirici, Armando Corsi. Con loro, Cataldo portò “Bastimenti” in Argentina, in Germania, a Singapore, fino al Parlamento Europeo.
Le sue tournée toccavano continenti: York University di Toronto per lezioni-concerto, Copenaghen per “La zampogna e il violoncello”, Stanford e la Peace University per il Columbus Day, Liverpool, Norimberga, la Svizzera, l’Australia, il Festival dei Due Mondi di Spoleto. La Rai lo accoglieva spesso come ospite. Scrisse anche parte delle musiche per la fiction “L’uomo che sognava con le aquile” con Terence Hill. Vinse il Demo Award di Pergolani e Marengo (Radio Rai 1), e con il suo disco “Guellarè” conquistò il titolo di miglior etnodisco dell’anno.
Poi i libri:
-“Ohi Dottò” (2013),
-“Malura” (2017),
-“Condoglianze vivissime: viaggio fra una Tac, una Pet e una Tarantella” (2024).
Un trittico di vita, dolore, resistenza; una trilogia dello stare al mondo.
Accanto a lui, Lo Squintetto – Piero Gallina, Enzo Naccarato, Nicola Pisani, Carlo Cimino, Checco Pallone.
Accanto a lui Carmine Abate, con cui portava musiche e parole in giro per l’Italia e per il mondo.
Accanto a lui, sempre, il mare!
A Cariati, il suo paese, il dolore è una marea silenziosa.
Le barche oscillano piano, come se avessero paura di ferire il lutto con il loro movimento. Le vie profumano di salsedine e tristezza. La gente di mare — la sua gente — non sa trovare parole: si stringono le mani senza sapere cosa dire, come si fa quando il dolore è troppo grande e troppo vicino. Cataldo apparteneva a questo luogo più del vento jonico, più della sabbia che si incastra nelle reti dei pescatori, più del suono delle onde che lui sapeva tradurre in musica.
C’è un vuoto sulle banchine, oggi: un vuoto antico, che nessuna risacca colmerà. È il dolore di un paese intero che ha perso la sua voce più luminosa.
E la sua lotta — quindici anni di interventi, metastasi, terapie, ripartenze — è diventata un capitolo luminoso della sua musica. Lui vedeva il mare dovunque: nei reparti oncologici, nelle sale d’attesa, nelle TAC che gli restituivano nuove paure, nei corridoi pieni di accenti del Sud.
Da quel dolore è nata “Day Hospital Hotel”.
Da quel dolore sono nati i suoi libri.
Da quel dolore è nata la speranza che ha lasciato in eredità.
E oggi, mentre la battente riposa e i microfoni sono spenti, l’eco continua.
Resta la voce che dice: «Non sprecate la vita. Nemmeno un attimo.»
Cataldo Perri non è andato via, ha solo cambiato stanza.
E da qualche parte, ne siamo certi, c’è un giorno nuovo in cui anche lui riesce a vedere il mare: dove il mare non c’è!
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