■Antonio Loiacono
…Domani la Chiesa ricorda Santa Lucia….
Tranquilli: non avete sbagliato link, l’ormai classico incipit da parte di don Gaetano Federico, parroco della concattedrale di San Michele Arcangelo e di San Cataldo in Cariati, il quale apre quotidianamente la sua sapiente agiografia sui Santi, lo troverete puntuale come sempre domani mattina sui canali di CariatiNet!
C’è perà una notte, in Calabria, in cui il buio sembra respirare più piano. Una notte in cui l’inverno non fa paura e la memoria, invece di pesare, riscalda. È la vigilia di Santa Lucia, quando le piazze si accendono di fuochi e nelle cucine sobbolle la cuccìa, il grano bollito che attraversa i secoli come un messaggio di luce. Due gesti elementari – accendere una fiamma, far cuocere dei chicchi – che contengono tutto: la fede, il mito, la fame e la speranza.
Nei paesi dell’entroterra e lungo la costa ionica, la vigilia del 13 dicembre inizia sempre allo stesso modo: uomini e ragazzi radunano legna, rami d’ulivo, vecchie travi salvate dai depositi. Costruiscono la focara come si costruisce un ricordo, strato dopo strato, fino a creare una torre di legno che attende solo la scintilla. Quando il fuoco prende, il crepitio rompe il silenzio dell’inverno e la piazza si riempie di voci, risate, occhi che brillano di arancio.
Non è solo una festa, né un capriccio folclorico. È un’antica invocazione al sole, un rito che sopravvive al tempo. Prima che Lucia diventasse la santa della luce, i popoli greci e italici accendevano grandi falò per incoraggiare l’alba a rinascere nella notte più lunga dell’anno. Il fuoco serviva a scacciare la paura, a risvegliare la vita, a segnare il confine tra il buio e la promessa del giorno.
Ancora oggi, mentre le scintille salgono al cielo e le braci disegnano figure effimere, le focare custodiscono quel senso antico di comunità. Attorno alla fiamma tutto si sospende: il tempo, le differenze, le solitudini. Si resta semplicemente umani, radunati intorno a una luce.
Nello stesso momento, nelle case e nei cortili, un altro rito si compie con silenziosa devozione. Sul fuoco lento bolle il grano della cuccìa, piatto povero e solenne, fatto di pazienza e gratitudine. Nessuna ricetta scritta, nessuna misura esatta: ogni famiglia custodisce la propria versione, tramandata come un racconto.
Il significato, però, è universale. Il grano bollito nasce da un tempo in cui i chicchi erano offerte sacre a Demetra e Cerere, simboli della rinascita e della fertilità. Quando il cristianesimo arrivò nel Sud, non spazzò via quei gesti: li accolse, li trasformò. La leggenda vuole che a Siracusa, durante una terribile carestia, una nave carica di grano approdò miracolosamente il 13 dicembre. La popolazione, affamata, non aspettò di macinarlo: lo bollì e lo divise, come dono e ringraziamento.
Da quel giorno, il grano di Santa Lucia diventò un segno di salvezza, un modo per ricordare che la vita rinasce anche quando sembra finita. In Calabria, ogni paese ne custodisce una variante: dolce con miele e scorze d’arancia, semplice con un po’ di zucchero, o austera, come nei tempi della miseria. Ogni versione racconta una verità: non serve l’abbondanza per sentirsi sazi, basta la condivisione.
Il fuoco illumina l’esterno, il grano scalda l’interno.
Le focare e la cuccìa sono due versi di una stessa preghiera: attraversare il buio, insieme. In entrambi i gesti si legge la necessità di credere nella rinascita, di alimentare la speranza, di custodire il senso della comunità.
Ogni anno, il 13 dicembre, la Calabria intera sembra fermarsi davanti a questi due simboli che resistono al tempo: la fiamma che veglia e il grano che germoglia. E mentre il fuoco si consuma e il profumo del grano invade le stanze, si comprende che ciò che resta non è il rito, ma la sua essenza: la luce che nasce dal buio e la vita che continua, ostinata, a rifiorire.
Forse è questo il segreto della notte di Santa Lucia: che la fede non sta nei miracoli, ma nei gesti che si ripetono.
Nel legno che arde, nel grano che ribolle, nei volti che si riconoscono alla luce di una fiamma.
Ogni chicco è un seme, ogni scintilla un ricordo.
E insieme raccontano la stessa storia: che la luce, per tornare, deve prima imparare a bruciare.

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