■Antonio Loiacono
Il profumo pungente del peperoncino invadeva le strade di Diamante, mentre tra le luci calde di settembre un battito diverso vibrava nel cuore del 33° Festival del Peperoncino: quello di Vasco Rossi! All’interno degli spazi dedicati, la mostra collettiva “Vasco Dilatatore”, curata da Amedeo Fusco, si è trasformata in un viaggio sensoriale e affettivo. Tele, fotografie, installazioni: ogni opera era un grido di libertà, una nota di rock, un tributo a quell’ “alieno” che nel 1982 atterrò al Festival di Sanremo con Vado al massimo e spaccò in due il pubblico italiano.
Camminando tra le sale del Museo DAC dal 10 al 14 settembre scorsi, sembrava di sentire ancora l’eco di quel tempo: i colori accesi delle opere, i visi emozionati dei visitatori, le voci che ricordavano “la prima volta che ho ascoltato Vasco”. La mostra non era un’esposizione silenziosa, ma un dialogo vivo, fatto di musica, ricordi e vibrazioni.
Al centro di tutto c’era lui, Amedeo Fusco, oggi curatore, ieri giovane dj che, appena sedicenne, approdava negli studi della mitica e compianta Radio Libera Scala Coeli con sotto braccio i 33 giri di un Vasco ancora lontano dal successo planetario. Era il 1982: un ragazzo di provincia trovava in quelle canzoni uno specchio fedele, un linguaggio nuovo, un compagno invisibile.
“Vasco per me ha rappresentato un appiglio alla vita”, ha dichiarato Fusco durante l’inaugurazione, con la voce rotta dall’emozione. “La prima canzone che incontrai fu “Non siamo mica gli americani” e da allora non mi sono più sentito solo. Nei momenti più difficili della mia vita, Vasco mi ha fatto sentire parte di qualcosa. Quando pensavo di essere inadeguato, inadatto, le sue parole mi hanno fatto capire che non ero l’unico a vedere la vita in modo diverso dalla massa. E questo mi ha reso vivo anch’io.”
Quell’appiglio è diventato, negli anni, una missione culturale. E il destino ha voluto regalare ad Amedeo un momento unico: Vasco Rossi in persona ha condiviso sui propri canali ufficiali una “storia”, un reel dedicato alla mostra. Un gesto raro, che ha fatto vibrare Diamante e Amedeo di orgoglio e stupore. “Credetemi – ha detto Fusco con un sorriso incredulo – non capita tutti i giorni!”
La mostra, inserita nel contesto esplosivo del Festival del Peperoncino, ha creato un ponte inatteso: il rosso ardente delle spezie si è fuso con il rosso vivo delle emozioni, il fuoco della musica con quello delle radici. Fuori, le strade brulicavano di voci e di risate; dentro, si respirava una devozione che era allo stesso tempo intima e collettiva.
Alla fine, restava impressa un’immagine: quella di un ragazzo che quarant’anni fa accendeva un giradischi in una piccola radio di provincia, e dello stesso ragazzo, oggi uomo, che restituisce a un’intera comunità quell’energia, trasformata in arte. Diamante, col suo mare che scintillava al tramonto, sembrava sussurrare che ci sono canzoni e passioni capaci di attraversare il tempo: non svaniscono, si dilatano. Proprio come Vasco.
E così, tra i vicoli di Diamante, il fuoco del peperoncino e quello della musica si sono incontrati in un unico respiro. La mostra “Vasco Dilatatore” non è stata soltanto un omaggio artistico, ma la testimonianza di come una voce possa diventare compagna di vita, specchio di fragilità e forza insieme. E forse il senso di tutto sta proprio lì: nel non sentirsi soli, nel riconoscersi in un verso che parla di libertà, di coraggio, di vita “senza regole”. Come nelle canzoni di Vasco, che da oltre quarant’anni ci ricordano che andare “al massimo” non significa inseguire la perfezione, ma avere il coraggio di essere sé stessi fino in fondo!

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