COS’È LA VECCHIAIA? SE NE È DISCUSSO A CARIATI

CARIATI – Cos’è la vecchiaia? Se ne è discusso a Cariati nell’ambito di una serie di incontri coi medici di famiglia organizzati dal distretto sanitario coordinato da Pietro Perri,. Relatore d’eccezione è il professore Francesco Lamensa, primario di geriatria presso l’ospedale civile “Vittorio Cosentino”, docente universitario della “Sapienza” di Roma e al dipartimento di scienza dell’invecchiamento alla “Fedrico II” di Napoli”. Un percorso affascinante, più letterario che medico, che inizia con Karl Popper, prosegue con le intuizioni di Franz Kafka, ed approda al “pensiero” di un indiano d’America. Intanto, spiega Lamensa, “non si può fare businnes coi vecchi perché nessuno li vuole: parliamo di individui “complessi”, con un basso grado di certezze che conducono addirittura al caos clinico”. Ne discende che la valutazione multidimensionale geriatrica non può che tradursi nel fornire “un’alta qualità della vita, allontanando definitivamente la strada dell’eutanasia da abbandono”. Dunque, la vecchiaia può essere prevenuta attraverso una serie di interventi mirati che devono necessariamente coinvolgere i medici di famiglia inquadrando il problema secondo una globalità ed un insieme di fattori tra loro strettamente connessi. Una risposta negativa alla domanda se la vecchiaia è una colpa sembrerebbe scontata. Ma sarebbe un errore. Cominciamo con l’osservare che nella nostra società non si distingue fra “vecchi” e “anziani”: per esempio, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, è un “anziano”, ma non è un “vecchio” perché ancora attivo come un ragazzino. Ed a livello di linguaggio comune, sarebbe opportuno distinguere fra “anziano” che vive ancora attivamente la sua vita e “vecchio”, una persona che ha una qualità della vita scadente, spesso perché ha fatto scelte salutisticamente scorrette. Il rispetto degli anziani appartiene al senso comune e per molti è uno dei valori più importanti della nostra civiltà, tanto che non si perde occasione per rilevare come la nostra società si stia disgregando proprio per il venire meno di alcuni di questi valori. Una corretta educazione, sia a livello sociale che individuale, a scopo preventivo, potrebbe aiutare ad eliminare i pregiudizi che gravano su questa della vita, oltre che consentire agli “anziani” di avere un loro spazio ed un ruolo socialmente attivo. Si potrebbe invitare alla cura del proprio fisico, della propria mente, ma soprattutto potrebbe essere utile diffondere l’idea che la “vecchiaia” è una fase vitale non necessariamente legata alla patologia e che rappresenta il naturale proseguimento di ciò che si era prima. La sofferenza più grande dell’anziano si annida nell’umore e nella sua variabilità. Gli anziani hanno bisogno di protezione, presenza affettiva da una parte e dimostrazioni di stima ed apprezzamento dall’altra. Nell’invecchiamento ritornano i bisogni infantili: non è sufficiente offrire sicurezza nei confronti del timore di essere abbandonati e riproporre testimonianze di attaccamento, ma sono necessari investimenti gratificanti, giacché il male dell’umore, la depressione, non è solo perdita della gioia di vivere o sentimento di tristezza, ma una patologia dell’insufficienza perché esprime il disagio di un individuo che non è sufficientemente se stesso. Una vita vissuta inconsapevolmente è priva di senso: gli anziani sono destinati a sentirsi esclusi in una società nella quale “si è ciò che si fa” e “se non fai niente sei una nullità”. Facilmente si tagliano fuori i “vecchi” quando non possono sperare in una qualsiasi occupazione e la perdita di identità che ne consegue equivale al totale disorientamento, alla più profonda disperazione. Ed ecco che la definizione di “vecchio” deriva dagli altri, prima ancora che da se stessi: è la società che isola l’anziano alimentando le paure, gli stereotipi ed i pregiudizi. Una lezione magistrale quella del professore Lamensa, da cui trarre utili consigli per la vita, perché, come scrive G.G.Marquez, “la morte non arriva con la vecchiaia, ma con la dimenticanza”.

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