CALABRIA SOTTO ASSEDIO: LA TEMPESTA CHE METTE IN GINOCCHIO LA TERRA E CHIAMA TUTTI ALLA RESPONSABILITÀ

La Chiesa calabrese si stringe alle comunità colpite dal maltempo e rilancia: non solo vicinanza spirituale, ma collaborazione concreta e responsabilità condivisa per il futuro del territorio

Esondazione del Crati nella Piana di Sibari

Antonio Loiacono

La pioggia, quando decide di fermarsi qui, non lo fa mai con discrezione. Arriva, insiste, si accanisce. E questa volta ha lasciato un conto salato. Campi trasformati in laghi improvvisati, strade sbriciolate come biscotti secchi, serre piegate su se stesse. L’agricoltura – che in Calabria non è solo economia ma identità – si ritrova a fare i conti con l’ennesimo colpo basso.

Le immagini parlano da sole, sì. Ma non raccontano tutto. Non raccontano le telefonate nel cuore della notte. Non raccontano chi, all’alba, ha infilato gli stivali sapendo già cosa avrebbe trovato. Raccolti compromessi. Attrezzi inutilizzabili. Fatture che continueranno ad arrivare comunque.

È in questo scenario che i vescovi calabresi hanno fatto sentire la loro voce. Non una dichiarazione formale, di quelle che scorrono via. Piuttosto un gesto di prossimità, un mettersi accanto. Solidarietà, certo. Ma anche qualcosa di più scomodo: un richiamo chiaro alle responsabilità. Perché non si può continuare a fingere che ogni emergenza sia una sorpresa. La fragilità di questo territorio è scritta nella sua storia, nelle sue frane, nei suoi argini fragili, nelle promesse rimaste a metà.

E allora la domanda è inevitabile: quanto ancora possiamo permetterci di intervenire solo dopo?

Nel frattempo, però, la teoria lascia spazio ai volti. Famiglie che hanno passato ore a guardare l’acqua salire. Imprenditori che fanno conti su conti e non tornano mai. Paesi interi sospesi in quella sensazione strana che viene dopo la tempesta: silenzio, fango, incredulità.

La Chiesa regionale ha scelto di esserci. Con la preghiera, sì, ma anche con la disponibilità concreta: collaborare nei soccorsi, sostenere la ripartenza, tessere legami. Non per fare scena. Per restare. Perché quando l’acqua si ritira, inizia il lavoro vero. Quello lento. Faticoso. Quello che non finisce nei titoli.

Ricostruire, qui, significa convivere con una contraddizione continua: una terra generosa fino all’eccesso e fragile fino allo spasimo. Ti dà tutto. E poi ti chiede conto.

Forse la forza di una comunità non si misura quando splende il sole. Si misura adesso. Nel modo in cui ci si guarda negli occhi mentre si spalano detriti. Nel modo in cui si sceglie di non trasformare la rabbia in rassegnazione.

Il fango si asciugherà. Succede sempre. Ma quello che resta – e che conta davvero – sono le mani che hanno lavorato insieme sotto la pioggia. La decisione, ostinata e collettiva, di non lasciare nessuno indietro. Anche quando il cielo si fa scuro. Anche quando sembra troppo.

 

 
 

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