Bruciati vivi per aver rivendicato un contratto di lavoro

di Enrico Iemboli


Quanto è successo ad Amendolara è una realtà che qui tutti conoscono e che troppo spesso il resto d’Italia ha preferito ignorare.

Non c’è più nulla da nascondere dopo la recente morte delle quattro persone tenute chiuse in un furgone trasformato in una trappola mortale, una modalità tra le più brutali degli ultimi tempi.

In questa parte del Sud, il non rispetto delle regole trova terreno fertile e si manifesta in una forma estrema di sopraffazione con condizioni di vita e di lavoro durissime, con uomini impiegati nella raccolta di frutta e ortaggi per compensi minimi, talvolta non corrisposti, costretti a vivere in situazioni indegne.

L’episodio di Amendolara è gravissimo ed è la testimonianza di come la crudeltà non ha passaporto, la barbarie non appartiene a una sola cultura e pur avendo le stesse origini lo sfruttamento non guarda in faccia a nessuno.

Su tutto ciò si dovrebbe riflettere ed anche quando questi casi avvengono in contesti migratori, l’attenzione non deve diminuire, non ci può essere indignazione selettiva.

La sofferenza delle vittime non può dipendere dalla convenienza politica o ideologica.

Un delitto atroce resta tale a prescindere dalla nazionalità di chi lo commette e di chi lo subisce.

In Italia e nel Meridione si sono strutturate organizzazioni criminali straniere, è una verità di cui bisogna prenderne atto.

E’ risaputo che accanto alle mafie storicamente presenti in Italia, esistono gruppi criminali nigeriani, cinesi, balcanici, pakistani e di altre nazionalità, capaci di esercitare controllo economico e sociale su persone vulnerabili.

Lo Stato italiano deve tutelare chi vive legalmente, qualunque sia la provenienza.

Non si possono lasciare spazi liberi ed incontrollati nelle mani di gruppi criminali che sfruttano il bisogno, il lavoro nero e la paura.

Fatti come quelli di Amendolara non devono fare rumore per poco tempo, non possono e non debbono poi essere archiviati ma ricordati come un monito. Inoltre, non possono essere cavalcati dalle forze politiche che per l’occasione sono intervenute per la rituale “passerella” nel corso della quale hanno pronunciato i soliti “salamelecchi”, senza cioè fare lo sforzo di una “ragionamento”, né analisi, né proposte.

Eppure, il fenomeno è conosciuto da tutti ma se ne parla solo quando succede il “fattaccio”.

Quando non si ha la soluzione il fenomeno viene tollerato e/o ignorato.

Basterebbe per esempio controllare gli sbarchi e le imprese che utilizzano la manodopera occulta, fare una stima del lavoro da fare e delle persone da utilizzare.

La nostra città, ma anche i paesi limitrofi, è piena di stranieri che stanno occupando gli spazi pubblici e che vivono nelle case abbandonate o in fitto in nero.

Raramente vengono fermati e controllati, poche volte verificato se hanno il permesso di soggiorno, se lavorano, se guadagnano e come si sostengono visto che queste persone straniere che fanno la spesa nei super mercati il più delle volte non comprano beni primari ma voluttuosi.

Credo che siamo di fronte ad una responsabilità collettiva.

Non si conoscono i risultati conseguiti con la istituzione del “tavolo anticaporalato” che ha visto coinvolte le Prefetture, gli ispettorati territoriali del lavoro, l’INPS, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali e organismi chiamati a lavorare su prevenzione e contrasto.

Eppure il caporalato esiste perché qualcuno si rivolge ad esso che il più delle volte non applica i contratti collettivi per trarre il massimo profitto con lo sfruttamento della manodopera.

Non è facile, ma per intervenire serve un’alleanza culturale e di grande responsabilità da parte di tutti, a partire dalla filiera.

La vera democrazia è questa e non può attendere che “finisca la nottata” per poi dimenticare o ritrovarsi come prima al prossimo evento delittuoso. E’ un problema non può essere abbandonato ma deve essere risolto con un nuovo spirito ed un nuovo coraggio.

Non si può trasformare in guadagno le umiliazioni di questi “invisibili” che lavorando da estranei nella stessa terra, gomito a gomito.

L’alto territorio del nord est cosentino è un territorio dove regna il lavoro irregolare, dove i trasporti insufficienti e insicuri accompagnano il lavoro agricolo stagionale.

Si vuole fare qualcosa oppure fare finta di niente e proseguire ignorando il fenomeno?

 

Enrico Iemboli

 

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