Bossi, Salvini e i leghisti del Sud

Non è un mistero: ci furono anche ebrei, nel lontano 1933, che votarono per il partito nazionalsocialista di Germania. Non avevano letto, evidentemente, il “Mein Kampf” di Hitler. Erano stanchi, come tanti altri tedeschi, del disordine, della violenza, della miseria, della disoccupazione, dell’inflazione, delle incertezze conseguenti alla fine della Prima Guerra mondiale e alla crisi del 1929, dell’inconcludenza della Repubblica di Weimar. E poi c’era la paura dei comunisti, che incombevano dall’URSS e in patria organizzavano scioperi, manifestazioni e scontri.

Si rifiutarono, quegli ebrei, di vedere quanto i nazisti fossero anch’essi violenti, quanto fossero razzisti; e si rifiutarono di vedere quanto l’odio nei loro confronti fosse connaturato all’ideologia del partito cui contribuirono a consegnare la Germania.

Fatte le debite proporzioni, la stessa situazione si verifica oggi nel Sud italiano nei confronti della Lega, ora definitivamente non più “Lega nord” ma “Lega per Salvini premier”.

Soprassediamo sul fatto che il nuovo nome manifesta un’evidente quanto grossolana ignoranza della normativa costituzionale italiana, visto che la figura del “premier” nel nostro ordinamento semplicemente non esiste. Soprassediamo anche sul fatto, a mio avviso orribile, che un partito inglobi nel suo nome quello di un leader, identificandosi con lui anziché con un programma politico e un sistema di idee: non è questo il punto.

Il punto, durante il congresso che ha sancito l’apparente cambiamento di pelle del partito, lo ha sottolineato Umberto Bossi quando, innalzando come un vessillo il suo solito dito medio, ha rivendicato le radici “culturali” del partito che ha fondato: quando ha detto che è giusto aiutare il Sud altrimenti i meridionali, parole sue, “straripano e vengono qui. È un po’ come l’Africa: l’Africa non è stata aiutata e ci vengono tutti addosso”. Il punto Lo ha sancito l’applauso che ha accompagnato le sue parole, lo ha sancito il silenzio di Salvini a queste parole,  lo ha sancito la nomina dello stesso Bossi a presidente a vita del partito.

Ogni generalizzazione è ingenerosa e iniqua, ma è indubbio che Bossi rappresenti egregiamente il tipico elettore leghista settentrionale: sbruffone, arrogante, di scarsa cultura, provinciale, razzista, pieno di pregiudizi, perentorio nell’enunciazione di affermazioni prive di fondamento. Si può capire che persone così si riconoscano in un partito che ha l’egoismo e la miopia (per non dire la meschinità) nel suo DNA e una forte carica di ipocrisia (in materia di onestà e di fede religiosa) nei suoi comportamenti.

Ma riesce difficile capire il successo della Lega nel Meridione. Un Meridione da sempre schernito, deriso, insultato e odiato da quel partito, che in effetti è nato proprio per contrapporre il Nord (presunto virtuoso, onesto, operoso, dinamico, efficiente) al Sud (dichiarato inetto, fannullone, disonesto, profittatore, ladro); un partito che, in origine, si dichiarava orgogliosamente anti-italiano, aveva inventato un suo “parlamento del Nord”, voleva istituire una milizia, vaneggiava di una “Padania libera e indipendente”.

Quel partito è morto? È cambiato? Si è evoluto?  Le parole di Bossi, gli applausi che ha ricevuto, il silenzio di Salvini lo smentiscono. Tutt’al più si è mascherato, ma la sua anima resta sempre la stessa: intimamente razzista, egoista e meschina, visceralmente antimeridionale.

Perché, dunque, tanti meridionali si dicono oggi leghisti? Si potrebbe parlare di voto di protesta, di reazione alla cattiva politica degli altri partiti. Ma questo non spiega perché tanti di costoro guardano adoranti il faccione di Salvini, gli si stringono intorno per farsi un selfie in sua compagnia, gli dànno giulivi il voto.

La risposta, triste, che si affaccia alla mente, è che quei meridionali siano gli stessi che, con giravolte degne di una banderuola, inneggiarono alla DC, poi a Forza Italia, e poi ancora al Movimento 5 Stelle: gente senza idee, senza principî e senza altro ideale che il proprio, immediato, tornaconto personale; gente che fiuta il vento e si aggrega al carro del vincitore del momento.

Poco conta che il vincitore del momento sia pronto a mordere loro la mano con cui lo carezzano: potranno poi, come hanno sempre fatto, cambiare ancora casacca e urlare insulti contro chi oggi adulano e davanti al quale si prostrano senza vergogna, giurando di non avergli mai creduto. I meridionali che si comportano così, a ben guardare, non sono fortunatamente che una minoranza. Ma ci sono, e sono tanti.

E anche se fossero pochi, sarebbero comunque troppi.

Giuseppe Riccardo Festa

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