IN INGHILTERRA VINCE IL LABOUR DI STARMER, MA SOPRATTUTTO VINCE UN’ANTICA TRADIZIONE DEMOCRATICA

Chi ha ascoltato il discorso di Keir Starmer davanti al n. 10 di Downing Street subito dopo aver ricevuto da re Carlo III l’incarico di formare il governo, ha ascoltato le parole di uno statista illuminato, moderato, lungimirante e prudente. Parole di una levatura e di un livello che non solo in Gran Bretagna ma ovunque, nel mondo, non si apprezzavano da decenni, pronunciate dal capo del partito laburista, che ha vinto alla grande le elezioni legislative dopo 14 anni di governo conservatore. Tanto di cappello, dunque, a Keir Starmer, e complimenti per la brillante vittoria.

Ma ha davvero vinto il Labour, nel Regno Unito? O non sarà che hanno perso i Tory? La domanda è legittima, alla luce della distribuzione percentuale del voto fra i vari partiti: a fronte di una crescita dei laburisti di qualche briciola percentuale, rispetto alle elezioni precedenti, i conservatori hanno perso quasi il 20%; il resto l’ha fatto il sistema elettorale uninominale, che se ne infischia della rappresentatività complessiva dei partiti e dà la vittoria, in ogni collegio, al candidato più votato.

La sconfitta dei Tory, dopo i 14 anni di disastri che hanno combinato, era ampiamente annunciata, ma se si guardano le percentuali di voto – laburisti poco sotto il 40%, conservatori prossimi al 24% e, soprattutto, destra nazionalista di Farage oltre il 14% (contro un misero 2% al voto precedente, e con una pattuglia di eletti, incluso lo stesso Farage), i motivi di soddisfazione, per chi ha idee di sinistra, si stemperano nella triste considerazione che in realtà l’ondata del populismo, anche oltremanica, sta montando in modo preoccupante. Gli ottimisti si affannano a dichiarare che i conservatori pagano, fra l’altro, lo scotto di aver condotto il Regno Unito alla Brexit ma la crescita del partito di Farage canta un’altra musica tanto che, pragmaticamente, il nuovo Primo Ministro si è affrettato a confermare quel che già diceva durante la campagna elettorale: di ritorno in Europa non se ne parla durante l’arco della sua esistenza.

Come che sia, è un fatto che di là della Manica (come d’altra parte anche in Francia) gli elettori i loro deputati se li scelgono, non se li vedono imporre dai partiti, e che questo risultato, alla vigilia del ballottaggio in Francia, può ulteriormente smorzare gli entusiasmi dell’elettorato dei nostri cugini d’oltralpe nei confronti della destra di Marine Le Pen, che già ha visto sgonfiarsi le sue speranze di conquistare la maggioranza assoluta dei parlamentari all’Assemblée Nationale dopo gli accordi di desistenza fra i candidati degli altri partiti che la penalizzano, tanto che la medesima  non ha nascosto irritazione e nervosismo, giungendo a stigmatizzare le parole del capitano della nazionale di calcio, Mbappé, che ha pubblicamente e ripetutamente invitato i francesi ad andare a votare, ed a votare contro di lei.

Intanto, in Italia, Giorgia Meloni vede ridursi ulteriormente il suo peso politico nel contesto internazionale: Sunak, il perdente inglese, col quale Meloni era tutta baci e abbracci durante il G7, è fuori dal gioco, Vox, che tanto la coccolava in Spagna, si è alleata agli ultra antieuropeisti guidati dall’ungherese Orban amati anche da Salvini, il presidente USA Biden, col quale pure Meloni ha un rapporto stretto, con tutta probabilità sarà sconfitto da Trump (se non sarà rimosso dal suo stesso partito), e la nuova Commissione Europea le concederà, se va bene, qualche commissario di contorno, giusto per darle un contentino.

In politica internazionale, Meloni si ritrova isolata perfino nel suo stesso governo, con i suoi vice che sono uno, Tajani, un acceso europeista e sostenitore di Ursula von der Leyen, e l’altro, Salvini, che vede l’Unione come il fumo negli occhi e non perde occasione per mettere in difficoltà la sua mal sopportata premier.

Merita un’ulteriore riflessione la differenza fra i sistemi elettorali: in Inghilterra vige un sistema uninominale a turno secco, in cui nei collegi vince chi prende più voti; in Francia c’è il doppio turno, e se nel collegio nessuno ottiene la maggioranza assoluta dei voti i candidati che abbiano ottenuto almeno il 12,5% dei voti (salvo che si ritirino) vanno al ballottaggio. In entrambi i Paesi, il sistema elettorale è in vigore da decenni, quando non da secoli, e nessuno, neppure Marine Le Pen, si sogna di modificarlo. In Italia, invece, i sistemi elettorali vanno e vengono, secondo le convenienze dei partiti, e non ci si vergogna di proporne la modifica quando i risultati sono sgraditi: si veda quel che è successo dopo la più recente tornata di elezioni amministrative.

Le differenze sono stridenti. La storia della democrazia di Gran Bretagna e di Francia è antica, mentre da noi il democratico richiamo del Presidente della Repubblica al rispetto delle minoranze da parte della maggioranza di governo (e quindi dei principi costituzionali) è letto da qualcuno come un intervento a gamba tesa.

Non a caso quel qualcuno è lo stesso personaggio che qualche anno fa da una spiaggia romagnola, fra un mojito e l’altro, invocava per sé i pieni poteri.

Giuseppe Riccardo Festa

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