BEATO UN POPOLO CHE NON HA BISOGNO DEGLI ALEX ZANARDI

di Marco Toccafondi Barni

– Resilienza, difficile trovare una parola più brutta e purtroppo di questi tempi abusata in una lingua bellissima e sofisticata come l’italiano.

Brutta sì, perché spesso chi parla male pensa pure peggio. Un termine inflazionato fin dalle prime ore per commentare la notizia della prematura quanto annunciata morte di Alex Zanardi. Viene citata a sproposito, perché se è vero, come probabilmente è vero, che Zanardi è stato un eroe per come ha affrontato la sua vita è altrettanto vero che, citando Bertold Brecht, è “Beato un popolo che non ha bisogno di eroi”. E quindi neanche di Alex Zanardi.

ALESSANDRO E LEONE – Esistono infatti 2 Alex Zanardi: dapprima c’è Alessandro, un ottimo pilota di Formula 1 e non solo che nel 2001 in Germania subì un incidente così disastroso da poter considerare oltre il miracoloso esserne uscito vivo. L’impatto fu talmente devastante e scenografico da obbligare persino il piu’ convinto degli atei dell’ esistenza di una volontà superiore. Poi c’è Leone, lo Zanardi post 2001, quando il nostro si rimise in piedi grazie anzitutto alle protesi ma anche ad una forza di volontà unica e una testardaggine senz’altro fuori del comune, iniziando così  a macinare record in varie discipline per atleti paralimpici. Ed è Leone, non Alex, quello che piace a troppi, alimentando una retorica invero stucchevole e non per caso subito utilizzata dalla politologia che di mito si alimenta facendone narrazione: dal Colle rotolando giu’ fino a Palazzo Chigi e passando sui profili ex Twitter e oggi X di ogni politicante è una ode unanime al coraggio e alla resilienza di Leone, dimenticando Alex. E’ solo retorica vuota che, tra l’altro,  ricorda troppo da vicino quei continui richiami, a parer mio questionabili, di cattivo gusto e soprattutto fuori luogo, bellici o ai guerrieri per chi viene colpito da un cancro. Sì, perché così facendo si finisce per banalizzarle le tragedie: una persona che viene colpita da una grave malattia è un malato, non c’entra nulla con un guerriero. Costui non partecipa a una guerra, che magari si è pure scelto per difendere la sua terra o conquistarne altre, purtroppo ha solo avuto la sfortuna di incappare in una malattia. E’ tutto qui, sono dunque dei riferimenti che non c’entrano niente né servono tranne all’ ego di chi ne parla, anche se talvolta vengono fatti in buona fede. Tuttavia non sempre la buona fede è intelligente e soprattutto reale. Succede anche con Zanardi, perché non è detto che se puo’ essere stato un  bene per lui dimenticare Alex a favore di Leone questo debba valere per tutti noi, anzi. Alex poteva banalmente gioire della seconda occasione che, miracolosamente, la vita e un fenomenale staf tecnico e medico, il fato oppure un Dio avevano concesso un quarto di secolo fa, ai tempi dell ‘incidente inaudito di Lausitzring. Poteva limitarsi a fare il presentatore televisivo, cosa che effettivamente fece. Ma c’era di mezzo  Leone, quella  sua altra natura che, in una sorta di dottor Jekyll e signor Hyded, infine lo spinse a cimentarsi nella sua passione piu’ pura e duratura: le gare sportive. Leone allora divenne un eccellente atleta paralimpico. Una scelta sì coraggiosa e proprio tipica di Zanardi ma che, infine, gli è stata fatale: un venerdì 19 giugno di sei anni fa quando il campione venne coinvolto in un ennesimo incidente in Val d’Orcia, un impatto in handbike contro un camion sulla strada tra Pienza e San Quirico. Da allora non si è mai veramente ripreso.

ZANARDI E IL SENTIRE MEDIO – E’ qui che persino nella sua prematura dipartita entrano in gioco la geopolitica, le mentalità dei popoli e i destini di una collettività. No, ormai gli italiani e gli europei in generale non sono esattamente dei cuor di leone, Alex sì, lo era, forse troppo visto Leone prendeva il sopravvento facendolo esagerare in passione e nel desiderio della sfida, di conseguenza non puo’ essere preso come un esempio per tutti. Quel tipo di vita e coraggio, misti ad una insana cocciutaggine e un’ eccessiva ostinazione, che alla fine lo hanno portato a lasciarci a soli 59 anni, proprio il 1° maggio, lui che del suo lavoro ha fatto scopo esistenziale, non valgono per noi tutti e quindi quando si pulisce la narrazione politica e mediatica dalla glassa retorica resta solamente una propaganda di basso livello. Hanno infatti un bel daffare il Colle, Palazzo Chigi e tutta la compagnia belante dei media a convincerci che affrontare la vita come ha fatto Leone sia un affare positivo e valido, tanto così non è e infatti nella vita reale pochi lo fanno davvero. Non vi è nulla di male nell’anelare solo una vita tranquilla, il piu’ possibile sicura e possibilmente priva di sfide e rischi pericolosi. Magari anche noiosa, ma degna di essere vissuta felicemente.. L’ adrenalina non è sempre necessaria per vivere bene, anzi è spesso vero il contrario: quasi tutti viviamo  bene senza. E’ quindi una menzogna retorica voler far credere che per vivere a pieno abbiamo bisogno di nuove sfide e obiettivi da raggiungere. Per fortuna le nostre vite sono identiche e soprattutto hanno lo stesso valore di chi affronta l’esistenza come Zanardi, un malato di tumore che si lascia andare a una comprensibile depressione per la disdetta capitata ha lo stesso identico valore, probabilmente farà la stessa fine, di chi sembra affrontare il male con maggiore grinta. Tutti valiamo, tutti abitiamo questa terra e tutti abbiamo i nostri tempi e i nostri modi per affrontare quel che ci capita. C’è una frase celebre di Zanardi sul caffè, lo zucchero e la dolcezza della vita ma che, al pari di quella celeberrima di Steve Jobs sul dover essere affamati, siccome è solo retorica non vuole dire nulla. Infatti a tanta gente il caffè piace amaro.

Di conseguenza, bene Zanardi, molto bella e significativa la sua vita, ma guai a farne un eroe, perché non soltanto aveva ragione quel genio di Brecht, ma probabilmente se l’uomo Alex avesse prevalso sull’  “eroe”  Leone oggi Zanardi a soli 59 anni sarebbe ancora tra noi a godersi una vita comunque degna di essere vissuta. Non è un dettaglio.

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