ANCHE I RESTI DELL’EX OSPEDALE CESSANO LE ATTIVITA’

Quando c’era l’ospedale “Vittorio Cosentino” la città era “viva” . Adesso, a velocità stratosferica, si avvia, complice la perdurante crisi nazionale, ad un declino economico senza precedenti ed a uno spopolamento biblico come non si ricordava dagli anni della grande emigrazione verso il Nord Europa e le Americhe. La vicenda dell’incredibile ridimensionamento del “Cosentino” è sintomatica di una decadenza delle coscienze che sta mortificando la dignità di un vasto territorio: quello della bistratta porzione di Jonio comprendente le province di Cosenza e Crotone. Da questa mattina, anche i servizi superstiti che erogava l’ospedale vanno in soffitta. I medici in servizio presso il Punto di primo intervento (ex pronto soccorso) sono stati trasferiti tutti a Rossano e presto, molto presto, assicura chi nella struttura ci lavora, chiuderà pure la Residenza sanitaria assistenziale. Il Ppi, che sarà gestito dai medici dell’emergenza 118, diventa così una sorta di “stazione di cambio” che smista a destra e a manca i pazienti bisognosi di cure. Ma c’è un ma: non ci sono ambulanze per trasportare gli infermi presso gli ospedali “veri”. L’ultima lettiga, gestita da un privato, è stata soppressa da una settimana, così chi ha necessità di una “consulenza” specialistica è “parcheggiato” per intere giornate, in attesa che arrivi, persino da Castrovillari o da Acri, un’ambulanza, perché usare quella adibita alle urgenze, ovviamente, non è possibile. L’ipotetico malato, qualunque sia il suo bisogno, passa ore ed ore tra un ospedale e l’altro, con assurdo sperpero di energie e denaro. Pubblico, sia chiaro. È successo l’altro giorno che un paziente anziano abbia dovuto stazionare dalle 10 del mattino sino alle 7 di sera nell’ambulatorio del Ppi prima che si riuscisse a trovare un’ambulanza “libera”, a Trebisacce , che lo accompagnasse per una visita specialistica a Rossano. Quando costa alla collettività un’organizzazione del genere se solo in carburante ed in ore/lavoro si spende una fortuna? Il signor Antonio, 82 anni, da Scala Coeli, è incappato anch’egli nell’ordinaria disavventura: “Già è stato difficoltoso arrivare a Cariati (20 chilometri di mulattiera pericolosissima, ndc), e poi sono rimasto in quei locali per oltre 6 ore. I medici che mi hanno accettato all’ex Pronto soccorso avevano chiesto una semplice consulenza gastroenterologica, ma l’ambulanza non arrivava mai. Così, con difficoltà, sono ritornato a casa ed il giorno dopo mi sono recato, a pagamento, alla visita specialistica. In totale, fra trasporti e medico, ho speso 170 Euro. La mia pensione è di 525 Euro al mese. Forse avrei fatto meglio ad andare direttamente a Rossano. Che lo tengono aperto a fare questo posto se il personale, garbato e professionale, è impotente dinanzi ad una semplice colica addominale?” Già, che lo tengono aperto a fare. Ma forse il disegno del pomposo “Piano di rientro sanitario” era proprio questo: scoraggiare, creare sconforto, demoralizzare, avvilire. L’età media della popolazione nel distretto di competenza del “Cosentino” è di 63 anni (fonte Istat): significa che gli ottuagenari rappresentano il 75% dei residenti. Si tratta di “persone”, non di “oggetti”, che vivono, nella stragrande maggioranza dei casi, da sole o, se va bene, in compagnia del coniuge. Figli, nipoti e parenti sono altrove, così ci si affida alla misericordia degli amici più “giovani” e, soprattutto, patentati e con l’automobile. Quando si tratta di ricoveri, i nostri vecchi preferiscono “migrare” negli ospedali delle città dove vivono i familiari più stretti. “L’anno scorso – dice Anna, la moglie di Antonio – mi dissero che dovevo essere operata d’urgenza all’intestino. In tutta la regione non si trovava un letto libero di chirurgia femminile. Dopo 12 ore di telefonate convulse con tutti gli ospedali calabresi, al Punto di primo intervento di Cariati comunicano che il posto c’è: ai “Riuniti” di Reggio Calabria, a cinque ore di macchina, se va bene. Allora una delle mie figlie, che abita a Roma, ma era giù da qualche giorno proprio per assistermi, mi mette in macchina e mi porta nella capitale dove immediatamente vengo ricoverata. Mi chiedo: tutti hanno le mie stesse possibilità?” Anche la salute, dunque, da queste parti è appesa ad un filo. Che si spezzerà presto se non si rimette mano ad una materia “vitale”. Ma è solo un sogno ed i sogni, si sa, muoiono all’alba.

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