LA “FAMIGLIA NEL BOSCO”: E SE LA POLITICA LASCIASSE CHE A DECIDERE FOSSE CHI È QUALIFICATO A FARLO?

Ho dato un’occhiata ai dati diffusi dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sul numero dei minori che nel 2024 (per quanto ne so sono i dati più recenti disponibili) sono stati presi in carico dai servizi sociali fuori dalla famiglia di origine. Cito:

I minorenni accolti nei servizi residenziali sono, includendo i MSNA (Minori stranieri non accompagnati), 30.237 al 31 dicembre 2024 e 38.139 nel corso dell’anno. Al netto dei MSNA, i dati sono pari a 20.592 a fine anno e 25.033 nel corso del 2024.

I minori stranieri non accompagnati sono un discorso a parte, perché è ovvio che debbano essere assistiti lontano dai genitori. Ma erano pur sempre più di venticinquemila i bambini italiani che nel 2024 la magistratura, su segnalazione dei Servizi sociali, aveva ritenuto necessario allontanare dal tetto familiare per curarne la salute, fisica e mentale, e l’educazione. Tenendo conto dei dati ben poco confortanti sull’evoluzione della povertà nel Paese, è più che legittimo ritenere che nel corso del 2025 quel numero, anziché diminuire, sia purtroppo aumentato, pur se in rapporto alla popolazione il dato è comunque inferiore alla media europea: i magistrati italiani, insomma, sono meno propensi dei loro colleghi europei ad allontanare i bambini dalle loro famiglie.

Certamente, inoltre, le ragioni che sono alla base di un dato comunque impressionante, non sono solo quelle legate alla condizione economica dei genitori dei bambini: basti pensare ai figli delle donne vittime di femminicidio, caso estremo, o ai bambini che vivono in condizioni di degrado, come quelle purtroppo tipiche di molti campi ROM.

Ebbene nessuno dice nulla se un bambino viene allontanato dal camper o dalla roulotte dei suoi genitori ROM e ci si guarda bene, in casi del genere, dal contestare la decisione del giudice, ma si alza invece un polverone mediatico e politico degno di miglior causa, gridando al sopruso e all’abuso ed ergendosi a difensori della sacralità della famiglia, quando la decisione riguarda bambini i cui genitori, per una scelta ideologica (incontestabile se riguardasse loro soltanto) impongono ai figli un tenore di vita che definire sciagurato è eufemistico, come accade con la cosiddetta “famiglia del bosco”, quella che ha deciso di vivere in una catapecchia senza elettricità, senza acqua corrente, senza servizi igienici, lontano dalla società “consumistica” e tenendo i figli, anche, lontano dalle scuole e dai loro coetanei.

Chi è, in questo caso, ad esercitare un sopruso? I giudici intervengono (cito casi limite) anche quando dei genitori testimoni di Geova pretendono che ai loro figli non si pratichino trasfusioni di sangue, dando preminenza al diritto di vivere dei minori rispetto alle convinzioni dei genitori, e dispongono che le trasfusioni siano eseguite. Nessuno che non sia testimone di Geova, in questi casi, si sogna di contestare una simile decisione, che anzi è applaudita a gran voce da tutte le persone dotate di un buon senso superiore a quello dei testimoni di Geova. Chi, ancora, difenderebbe il diritto dei genitori di fede musulmana di praticare sulle bambine l’escissione del clitoride? Giustamente, un padre o una madre che pretendessero di esercitare un simile “diritto” sarebbero privati ipso facto di qualunque potere sulla loro bambina, e non credo che Giorgia Meloni o Matteo Salvini si sognerebbero di gridare allo scandalo e al sopruso da parte dei magistrati.

I figli non appartengono ai genitori, che lungi dall’avere su di loro il benché minimo diritto, nei loro confronti hanno solo degli obblighi. E la società, attraverso le sue istituzioni, ha il dovere di proteggere i bambini dalle pretese irrazionali e spesso crudeli di genitori incapaci, legati a convinzioni pseudoscientifiche o a credenze religiose assurde o semplicemente irrazionali.

Non compete all’opinione pubblica decidere sulla correttezza dell’operato degli organi (servizi sociali e magistratura) delegati a vegliare sul benessere dei minori. E non compete nemmeno ai politici, a maggior ragione se si servono di episodi di questa natura per fini che con il benessere dei bambini non hanno nulla da spartire e comunque non possiedono né la conoscenza tecnica né i dati necessari per esprimere giudizi.

Il mondo sarebbe tanto migliore se ognuno si esprimesse solo in base alle proprie conoscenze e competenze e rispettasse il ruolo che, nella società, è assegnato a chi quelle competenze le possiede, ma mi rendo conto di come sia velleitario illudersi che i politici – e soprattutto certi politici – si comportino così: se dovessero parlare solo delle cose che conoscono e che capiscono, poveretti, i politici dovrebbero stare più zitti di una monaca di clausura.

Ma è inutile sperare che un simile sogno possa mai avverarsi.

Giuseppe Riccardo Festa

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