Marco Travaglio è tra i pochi che, di fronte alla clamorosa calata di braghe di Donald Trump davanti al suo idolo Vladimir Putin in Alaska, parlano di un grande passo avanti verso la pace in Ucraina e lui solo vede nei leader europei i nemici di questa pace.
La realtà è che l’ultimo a volere la pace in Ucraina è proprio Putin, e con lui i suoi più fidati cortigiani, a partire dal ministro degli esteri Lavrov che, emblematicamente, si è presentato ad Anchorage indossando una felpa targata CCCP, la sigla in cirillico della vecchia URSS, lanciando un messaggio a chi ancora si illude che la Russia voglia solo difendere i suoi attuali confini: la Russia di Putin e di Lavrov vuole ricreare l’impero sovietico, e fingere di non capirlo, nel nome di una pace improbabile e comunque precaria, significa comportarsi come Daladier e Chamberlain che il 30 settembre del 1938, senza chiedere l’opinione della Cecoslovacchia, regalarono a Hitler i Sudeti illudendosi che così avrebbero placato i suoi appetiti espansionistici.
Putin, dicevo, è l’idolo di Donald Trump. Di più, è il suo modello di leader: un capo che decide senza subire i cavilli della legge, perché la legge se l’aggiusta a seconda delle propri convenienze; che non teme gli avversari politici, perché gli avversari politici li sbatte in galera o li fa suicidare o li fa sparire in opportuni incidenti aerei; che non si preoccupa dell’opinione pubblica perché l’opinione pubblica se l’aggiusta come meglio crede e le voci del dissenso le soffoca; che non si preoccupa dell’economia, perché da sempre, in Russia, l’economia è l’ultimo dei problemi del tiranno di turno.
Putin esce da trionfatore dall’incontro di Anchorage, dove ha ottenuto tutto senza cedere nulla. Trump lo ha accolto con baci e abbracci, gli ha steso davanti il tappeto rosso e lo ha fatto viaggiare nella sua limousine, affascinato da un uomo al quale vorrebbe tanto somigliare, ma del quale non potrà mai essere più che una grottesca caricatura. Al contrario di Putin, astuto volpone che non perde mai il suo aplomb e che misura sempre le parole, e le minacce e le rodomontate le fa lanciare dai Medvedev e dai Lavrov, Trump fa lo spaccone, si esprime in modo volgare, straparla esibendo la sua imbarazzante ignoranza e incompetenza. Anche Putin si circonda di uomini fidati (si sa che fine fa chi tradisce la sua fiducia) ma, diversamente da Trump, oltre alla fedeltà chiede loro anche una qualche competenza, mentre Trump non chiede ai suoi sottoposti che di essere adorato, e poco conta che essi siano ancora più incompetenti e ignoranti, e in definitiva più imbarazzanti di lui.
Ben diverso trattamento di quello riservato a Putin subì Zelensky alla Casa Bianca, dove fu calpestato, umiliato e sbeffeggiato e dove ora tornerà, probabilmente per sentirsi dire che, gli piaccia o no, dovrà cedere a tutte le richieste di Putin, perché l’appoggio militare e politico degli USA non è ormai più garantito (Trump ha già detto che di Ucraina nella NATO non se ne parla) e quello incerto e contraddittorio dell’Europa non è comunque sufficiente.
Chiunque, diversamente da Marco Travaglio, possieda un minimo di oggettività e non partigiana capacità di analisi, vede come ad Anchorage Trump si sia da solo ridicolizzato e Putin abbia trionfato, sulla pelle dell’Ucraina e dell’Europa. Il che era inevitabile, dato che, oltre a uno sconfinato amore per il potere, Putin e Trump condividono anche un malcelato odio e disprezzo nei confronti dell’Europa, e solo Marco Travaglio, Matteo Salvini e Giorgia Meloni non se ne sono accorti; o forse se ne sono accorti, e sono d’accordo, perché pure loro, l’Europa, la odiano e la disprezzano.
E Antonio Tajani, direte voi? Beh, Antonio Tajani no, lui è europeista. Ma nel governo, e nel suo stesso partito, lui gode della stima che ha il due di coppe quando la briscola è a denari.
Giuseppe Riccardo Festa
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