UN ANNO SENZA DIEGO. 

di Marco Toccafondi Barni

– Un giorno il pallone restò solo. Il 25 novembre di un anno fa muore Diego Armando Maradona, il più grande calciatore della storia umana. Curiosamente nella stessa data del suo amico Fidel Castro e di un altro genio “irregolare” del calcio: George Best… , benvenuti nel mondo di Diego.

Sì, perché con questo articolo, che vuol essere un omaggio al genio, proveremo a capire ciò che forse puo’ comprendere solo chi è nato a Buenos Aires, la città più sensuale e passionale della terra: il mondo di Diego. Appunto.

Persino tra le pagine della sua recente autobiografia Ilda Boccassini confessa che l’amore con Giovanni Falcone sbocciò quando i due magistrati dormirono abbracciati, sulle note di Gianna Nannini, mano nella mano, su un aereo. La destinazione ? Buenos Aires. Sarà un caso, certamente, ma la capitale argentina è una dimensione più che una città, uno stile di vita più che una megalopoli. E’ Baires per gli amici.

La vita di “El Diego” è tipicamente argentina, di più, è divisa tra porteños e bonaerenses, come si autodefiniscono gli abitanti, rispettivamente, della Capital Federal e della Gran Buenos Aires. Diego nasce in quest’ ultima, nella Gran Buenos Aires.

E’ un bonaerense, in origine, uno della provincia. Sembra una differenza da poco, ma non lo è se ci vivi. Se abiti in Capital Federal puoi essere molto ricco e vivere alla Recoleta, a Retiro, a Palermo oppure molto povero, persino un cartonero, che cerca qualcosa da rivendere nell’ immondizia, ma il piatto in tavola comunque lo rimedi a fine giornata. Se invece sei nato al di là, sei sempre a Buenos Aires, però nella sconfinata periferia le cose sono più difficili e il pasto non è garantito.

Il piccolo Diego lo capisce subito, a 8 anni. E’ un venerdì del 1968 quando il suo miglior amico nella villa, rivale nei campetti polverosi di Fiorito, gridando per l’emozione lo chiama per una bella notizia. Lui è Gregorio, detto Goyo, Carizzo ed è stato ammesso a un provino per una squadra della primera: Los Argentinos Juniors. Goyo, che è un buon amico, lo ha detto a quelli della squadra, guardate io sono bravo, però a Fiorito c’è uno che è molto più bravo di me: “El pelusa”.

In queste storie argentine, che si parli del River o del Boca, del San Lorenzo o dell’ Independiente e del Racing, non mancano mai 2 cose: un pallone, quasi sempre fatto di stracci, poi qualcuno più bravo di quello che pare il migliore di tutti. Sono racconti che gli allenatori, soprattutto nelle  giovanili, hanno ascoltato tante volte. Però quella volta succede qualcosa, perché c’è un altro personaggio da romanzo, tipicamente argentino anche lui, al 100%, tutto cuore e passione. E’ Don Francisco Cornejo, da giovane inserviente e poi promosso cassiere al Banco Hipotecario. Nel tempo libero è l’allenatore delle “Cebollitas”, il vivaio dell’ Argentinos. Uno dei migliori del Sudamerica. Don Francisco ha un’ illuminazione e dice a Gregorio: “Nene, va bene, dai portacelo questo fenomeno se è davvero così bravo col pallone come dici”.  E da buon amico Goyo, sua madre cucinava le empanadas più buone di Fiorito e Diego ne era ghiotto, lo porta veramente.

E’ la prima volta che Diego esce dalla Villa, ovviamente col permesso de “su vieja”, Doña Tota. La parola ” vieja” in Argentina indica  o la mamma o la palla. E’ l’inizio, insomma, quando smetti di gattonare per camminare nella vita. Siamo nel primordiale. Difatti quello che fino ad allora, fine anni ’60,  era stato il più grande calciatore argentino, Alfredo di Stefano, la “Saeta Rubia”, fece addirittura costruire una statua nel giardino di casa, a Madrid, raffigurante proprio l’amata palla e con scolpita una scritta: “Gracias, vieja”.

L’allenatore, Don Francisco, insieme ai suoi collaboratori organizza una partitella tra i bambini per testare il nuovo arrivato. Alla fine tutti, ma proprio tutti e fin dai primi istanti, capiscono perfettamente di aver visto qualcosa che non vedranno mai più: un bambino di 8 anni che gioca come nessuno mai. Tanto che inizialmente Cornejo crede di aver a che fare con un adulto. Sì, ha le fattezze di un bimbo, ma forse è affetto da nanismo e magari vuole turlupinarlo per ottenere qualche vantaggio. E invece no, una delegazione dell’Argentinos va fino a Fiorito per effettuare le verifiche del caso. Si va in villa, nella calle Mario Bravo dove, in una sorta di baracca fatta con mattoni e lamiere, abitano i Maradona. I documenti alla fine ci sono. Diego è davvero nato il 30 ottobre del 1960. Non sarà altissimo, ma non ha nessuna disabilità ed  è davvero un bambino. E’ a quel punto che la baracca di Fiorito si trasforma nella capanna di Betlemme: è nato. Il predestinato è un bimbo della villa. Fiorito da allora diventerà per tutti “El barrio de Dios”. Ancora oggi lo si può leggere sui muri scrostati di quella tremenda baraccopoli nei pressi di Lanus. Da allora tutta l’ Argentina e poi il mondo conosceranno “el pelusa”, uno dei tanti bambini della villa, ma  con un dono straordinario e chiamato così per l’enorme cesta di capelli neri. Don Francisco scoprì il più grande calciatore di sempre, tuttavia non lo ha mai seguito né ha accettato incarichi di alcun tipo. “Il cuore di Francisco non è in vendita” ha sempre detto, fino all’ultimo giorno della sua vita. Resterà fedele ai colori del suo Argentinos, legato a quella squadra, un circolo socialista anarchico, inizialmente intitolato alla memoria dei martiri anarchici di Chicago. Povero in mezzo ai poveri, nonostante tutto e quel che avrebbe potuto trarne. Cosa vi ho detto, è un altro personaggio tipicamente argentino, da romanzo: Dio o il fato ti portano il più grande, ma tu rimani lì, senza guadagnarci un peso, nel barrio Paternal, per sempre  fedele alla tua squadra e ai tuoi ideali. Sono storie d’Argentina, storie di Buenos Aires. Solo chi ci è nato puo’ capirne il senso, che è lo stesso del mate, del tango e del calcio: vivere le passioni della vita, insieme. Senza calcoli né prudenza.

Per anni la sua carriera sarà un’ altalena di emozioni, gratificazioni, continui alti e bassi, cadute drammatiche miste a risalite esaltanti. E poi gli errori e la generosità di un autentico leader, in campo e fuori. Diego è stato certamente il più grande per 2 ragioni: una è tecnica, evidente, la conseguenza di un immenso talento, l’altra etica. Grazie al dono faceva diventare realtà sul campo ciò che tutti gli altri, compresi i più grandi, potevano solo immaginare, ma è stato grazie all’ umiltà, tipica in chi viene dalle villas di Baires, il non aver mai fatto pesare ai compagni di essere Maradona. Non è mica facile esserlo, eppure lui lo era, ma a nessuno è mai sembrato ed è  per questo che tutti lo adorano, anche gli avversari. Non esiste un solo compagno di squadra, nemmeno uno, dall’ Argentina al Napoli per arrivare al Boca o all’ Argentinos, passando per il Siviglia e il Newell’s Old Boys, che con Diego non abbia legato e non lo ricordi come un compagno unico, umile, generoso, necessario e indimenticabile. Sì, ovvio, come tutti ha commesso alcuni errori nella vita, parecchi, ma quasi sempre contro se stesso. Mi ripeto, per comprendere bene il “mondo di Diego”, prima di tutto, è necessario conoscere perfettamente Buenos Aires e la società argentina: dai complicati rapporti tra i generi fino a quelli tra le classi sociali, questi ultimi ovattati dall’ eterno peronismo. Un paese forse insignificante per le relazioni internazionali e la geopolitica, non per la vita e le passioni. Intriso di contraddizioni come pochi altri.

Non era possibile e forse non sarebbe stato naturale un Maradona ligio al dovere e ben retribuito solo per svolgere il suo lavoro con professionalità. No, decisamente non si addice a un genio d’ Argentina. Se c’è  una cosa che ho capito in tanti anni di frequentazione di questo straordinario popolo è che la caratteristica più lontana da un argentino, soprattutto dai porteños , è la prudenza. Non lo sono mai stati, prudenti. Diego era uno di loro, lo ha dimostrato per tutta la vita. Avrebbe potuto giocare nelle squadre più famose e vincenti del mondo. Per la verità inizialmente ci ha provato, col Barcellona, ma ovviamente non funzionò. No, Diego non era il pur immenso Di Stefano, argentino e di Baires pure lui, che passò prima dal River al Real Madrid, iniziandone la leggenda portando ben 5 Coppe dei Campioni consecutive nella capitale spagnola, poi dall’ Argentina alle Furie Rosse. Diego è Diego, un argentino e prima di tutto un villero di Buenos Aires. La ciudad, Fiorito e l’Argentina puo lasciarle per un po’ , ma solo per i quartieri spagnoli di Napoli. Poi torna sempre lì, da dove non si va mai via: Buenos Aires. Maradona fece grande un Napoli a un passo dalla retrocessione perché, come dichiarò lui stesso, si sentiva come uno di quei bambini poveri di Napoli e voleva farli felici. Negli stessi anni fece grande anche un’ Argentina colpita a morte dall’ inferno dell’ ultima feroce dittatura militare e dalla guerra con la Gran Bretagna. In quell’ anno di grazia, il 1986, il suo genio  illuminò definitivamente il pianeta. Accadde a Città del Messico, un luogo dove una atmosfera unica dà curiosamente origine a mondiali altrettanto unici e bellissimi. Non  è un caso se l’umanità ha assistito alla partita e al goal del secolo nello stesso stadio. Siamo sempre lì, all’ Atzeca, è il 22 giugno 1986. E’ la giornata della grande bugia e della grande magia. Diego dapprima punisce gli inglesi, per quelle che nella sua terra chiamano le Isole Malvinas, con la celeberrima “Mano de Dios”, dopodichè stupisce tutti con il goal più bello della storia. Fu la meraviglia più pregiata e mai disegnata su un campo di calcio. Dodici tocchi col piede sinistro più dotato mai creato, per volare direttamente nella memoria di un popolo. Un gol recitato, cantato, quasi anticipato nello spazio e nel tempo da quel grandissimo telecronista che era ed è Victor Hugo Morales, curiosamente un uruguaiano e non un argentino come Diego, che tuttavia sembrava sapere prima che quell’ aquilone cosmico (el barilete), come lui stesso lo definì dopo quella giocata epica, sarebbe sicuramente entrato in porta col pallone. Non poteva essere altrimenti con il genio del calcio mondiale. Altra definizione di un Morales in lacrime e senza più voce dopo aver assistito all’ ennesimo miracolo dell’ Atzeca. Negli anni la “grande magia” è stata dipinta, omaggiata, filmata, stampata e ricordata in tutti i modi possibili. C’è perfino chi ci ha visto la Santissima Trinità, apparsa improvvisamente in campo: la palla davanti, Diego impegnato in una corsa leggendaria e Sergio Batista intento a correre dietro a quei due, con la sua barba a incorniciare un volto che ricorda il Cristo. Uno scatto che sembra un ritratto sacro e un’ opera d’ arte creata dalla mente di un genio, non c’è altro da aggiungere. E’ la “Gioconda del calcio”, un capolavoro che, almeno per un attimo, fece dimenticare a un paese teoricamente ricchissimo di avere oltre il 35% di cittadini sotto la soglia di povertà, essere appena uscito da una dittatura sanguinaria come poche altre e aver subito troppe umiliazioni da parte degli inglesi.

Tutti gli argentini, infatti, ricordano dove erano quando videro quel gol, cosa stavano facendo in  quell’ istante, durante la grande magia. Altro che Jfk a Dallas. Fu solo grazie a Diego che un paese intero ebbe il suo riscatto e ha vissuto i momenti più romantici, allegri, magici e indimenticabili della sua storia recente.

Per tutto questo e molto di più, né in Argentina né nel resto del mondo, nessuno dimenticherà mai “el Diego”. Ciao D10S, non ne nascerà un altro uguale.

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