■Antonio Loiacono
Immagina di vivere in un luogo dove ogni spostamento dipende da una sola strada. Non è un’immagine forzata, ma la realtà quotidiana di chi abita tra Terravecchia, Scala Coeli, Campana e Bocchigliero. Qui quel tratto provinciale non è solo asfalto: è una linea di vita che potrebbe tenere insieme quattro comunità, rendendo possibile lavoro, servizi, relazioni.
In un territorio segnato da colline scoscese, terreni fragili e percorsi tortuosi, la geografia non fa da sfondo: entra nelle case, nelle scelte, nelle possibilità.
Quando la strada regge, tutto scorre quasi senza farsi notare: le persone si muovono, le attività resistono, i ragazzi raggiungono le scuole, le cure restano accessibili. Ma basta poco — una frana, un cedimento — perché quell’equilibrio già delicato si spezzi. Le distanze diventano più lunghe, il tempo più pesante, e anche le cose più semplici si complicano.
Con le scarse ed altrettanto precarie alternative, ogni interruzione non è solo un problema tecnico: è un ostacolo concreto alla vita quotidiana, ai diritti più essenziali.
In questi luoghi, la strada è anche legame. È il modo in cui le famiglie si incontrano, gli amici si ritrovano, le comunità restano vive.
Da quando la SP260 Terravecchia-Scala Coeli non è più transitabile (e diventata fittizia!), non si è interrotto solo il traffico: si è incrinata una rete di relazioni che ha tenuto insieme, per secoli, territori già messi alla prova, durissima, dallo spopolamento e dalla distanza.
Eppure questo isolamento non è soltanto figlio della natura. È anche il risultato di anni di scelte mancate, di investimenti insufficienti, di interventi arrivati sempre dopo, mai prima!
Le infrastrutture raccontano una storia fatta di urgenze rincorse, di soluzioni temporanee, di lavori che resistono fino alla pioggia successiva. Un ciclo che si ripete e che, ogni volta, presenta il conto a chi vive qui.
Le piogge invernali hanno riaperto ancora una volta una ferita mai davvero chiusa e quei cedimenti non sono improvvisi: sono segnali lenti, prevedibili, che senza una visione restano inascoltati. E così ogni emergenza diventa l’ennesima corsa contro il tempo, spesso costosa e raramente risolutiva.
Il problema è anche culturale.
La prevenzione non fa notizia, non porta consenso immediato, mentre l’intervento d’urgenza sì. Ma questo approccio ha un prezzo altissimo nel lungo periodo. È come ignorare un problema di salute finché non diventa grave: alla fine, il costo — economico e umano — è molto più alto.
Per le comunità coinvolte, questa assenza di interventi preventivi si traduce in una sensazione di precarietà costante. Ogni pioggia intensa diventa motivo di preoccupazione. Ogni inverno porta con sé la paura di un nuovo isolamento.
Dietro tutto questo ci sono storie reali e, col tempo, questi disagi rischiano di diventare normalità. Ed è forse questo l’aspetto più duro: abituarsi a ciò che non dovrebbe essere accettato.
In questo contesto, l’appello di Antonio Cristaldi, già sindaco di Terravecchia dal 1994 fino agli inizi del nuovo millennio, ha dato voce a un sentimento diffuso, rompendo un silenzio che durava da troppo. Non solo una denuncia, ma un invito a reagire, a non rassegnarsi. Un invito raccolto da Nicola Abruzzese, attivista di Scala Coeli, che ha aderito alla proposta di organizzare una manifestazione per il ripristino della viabilità sulla SP260. Un primo incontro è già previsto nei prossimi giorni: un segnale concreto che qualcosa si muove, che la comunità prova a farsi sentire.
Perché, in fondo, la richiesta che arriva da questi territori è semplice e profondamente umana: non essere dimenticati.
Non chiedono eccezioni, ma attenzione. Non privilegi, ma diritti. E tra questi, quello di potersi muovere in sicurezza non è solo una questione pratica: è una condizione essenziale per continuare a vivere, restare, costruire futuro!
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