TANTI AUGURI, ITALIA (ne hai davvero bisogno)

Un popolo di buoni a nulla capaci di tutto: così Ennio Flaiano descriveva gli italiani in una delle sue feroci e lapidarie definizioni, forse meno famosa ma non meno spietata di quella che afferma che In Italia la situazione può essere drammatica, ma non è mai seria.

A parte Flaiano, noi tutti, nel giudicarci, oscilliamo dall’orgoglio più smodato all’auto denigrazione più avvilente: da un lato, ponendoci su un piedistallo, ci riteniamo i migliori viveur, i migliori amanti, gli artisti più estrosi e fantasiosi, i maestri dell’eleganza e dello stile, i portatori di un’intelligenza vivace ed acuta; e pensiamo di essere generosi, altruisti, capaci di imprese eroiche. Ma il rovescio della medaglia, che pure esibiamo con masochistico compiacimento, ci vede meschini, disorganizzati, cialtroni, voltagabbana (Gli italiani corrono sempre in soccorso dei vincitori, diceva il solito Ennio Flaiano), sessisti, corrotti, volgari, inaffidabili, rancorosi, evasori fiscali, indisciplinati, egoisti, insofferenti, settari e soprattutto divisi su tutto: settentrionali contro meridionali, destra contro sinistra, disoccupati contro pensionati, società civile contro classe politica, milanisti contro iuventini, romanisti contro laziali, Vascorossisti contro Ligabuisti; e l’elenco potrebbe continuare con molte altre, piccole e grandi contrapposizioni: la più recente è quella che vede i tuttologi da Internet opporsi agli specialisti (rifiutando ad esempio i vaccini, o promuovendo fantasiose teorie complottistiche come quella delle scie chimiche) e certi orgogliosi illetterati accusare di arroganza i portatori di una cultura superiore.

Gonfiamo il petto e snoccioliamo l’elenco delle qualità ogni volta che un nostro connazionale ottiene all’estero un qualche riconoscimento (un premio Oscar, un Nobel, un prestigioso incarico a livello internazionale) e ogni volta che da oltre frontiera qualcuno si permette di alludere anche solo larvatamente ai nostri difetti: guai, infatti, a chi, non italiano, si permette di citarne anche uno solo: solo noi abbiamo il diritto di dire che gli italiani sono, in negativo, così o cosà. E lo facciamo, con particolare acrimonia e accanimento, soprattutto quando la parte politica a noi avversa ha il sopravvento su quella che stiamo seguendo in quel particolare momento (la costanza nel seguire i partiti non è cosa che ci appartiene): i vincitori e i loro seguaci, in specie da quando esistono i social network, sono per gli sconfitti i campioni di ogni nefandezza e soprattutto meritano il titolo infamante, nel quale si racchiudono tutti i vizi che ho appena elencato, di “italioti”; un titolo col quale comunque sono generosamente etichettati, a loro volta, dalla parte avversa.

Ma esiste poi davvero, un popolo italiano?

Lo stesso, contraddittorio e non esaustivo elenco di pregi e vizi che ho snocciolato indica chiaramente che no: un popolo italiano propriamente detto non esiste. Non nel senso in cui, ad esempio, esistono il popolo tedesco e il popolo polacco: anch’essi, come noi, sono stati divisi per secoli politicamente ma sono sempre stati uniti culturalmente, diversamente da noi che anche dopo l’unificazione, ormai 160 anni fa, abbiamo continuato a sentirci e soprattutto a volerci sentire diversi gli uni dagli altri.

Ci sono, è vero, dei grandi italiani che in tutti i tempi e in tutti i campi dello scibile hanno brillato e brillano davanti al mondo intero: da Leonardo da Vinci a Fabiola Gianotti, da Michelangelo a Claudio Abbado, da Dante Alighieri a Giacomo Leopardi, da Galileo Galilei a Carlo Rubbia, da Enrico Fermi a Rita Levi Montalcini, da Pico della Mirandola a Umberto Eco, da Giuseppe Verdi ad Arturo Toscanini, sono tantissimi i geni italici che hanno abbagliato il mondo con la luce della loro coerenza, forza e dirittura morale, profondità culturale, assiduità nell’impegno. Dovremmo, noi tutti, prendere esempio da loro.

Ma in tutta onestà temo che fra loro, gli italiani geniali ed eccezionali – quelli coerenti, moralmente forti e retti, culturalmente profondi, assidui nell’impegno – e noi, gli italiani normali, si frapponga, evidente e ineludibile, un’amara verità: l’unico modo di essere grandi italiani è di essere poco italiani.

Buon 2 giugno a tutti.

Giuseppe Riccardo Festa

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