SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, UNA SVOLTA STORICA CHE DIVIDE LA GIUSTIZIA

Terzietà contro unità: la riforma della giustizia divide il Paese e ridisegna l’equilibrio dei poteri nella magistratura

Antonio Loiacono

Con il via libera del Senato alla riforma della giustizia, l’Italia compie un passo che da anni divide giuristi e politica: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Una riforma che, nel bene e nel male, cambia l’architettura della magistratura così come la conosciamo dal 1948.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: rafforzare la terzietà del giudice e rendere più netta la distinzione tra chi accusa e chi giudica. Una richiesta che da tempo arriva da chi teme che l’attuale sistema, dove giudici e PM condividono la stessa carriera, possa minare la percezione di imparzialità dei tribunali.

Tra gli aspetti positivi, la riforma promette maggiore chiarezza dei ruoli e specializzazione delle funzioni. Il giudice tornerà a essere un arbitro pienamente terzo, il pubblico ministero un investigatore autonomo. Due percorsi separati potrebbero anche ridurre quella sensazione di “casta chiusa” che da anni grava sull’immagine della magistratura.

C’è poi un dato europeo: in molti Paesi del continente – dalla Francia alla Germania – giudici e PM seguono carriere distinte. L’Italia, insomma, non sarebbe un’eccezione ma un allineamento ai modelli già consolidati.

Ma non mancano i punti critici. Il primo riguarda l’unità della magistratura, principio costituzionale che finora ha garantito la sua indipendenza da altri poteri. Separare i percorsi rischia di creare due corpi con logiche e interessi diversi, indebolendo un equilibrio che ha retto per decenni.

Ancora più delicato il tema dell’autonomia del pubblico ministero. Molti temono che, in assenza di solide garanzie, il PM possa finire sotto l’influenza dell’esecutivo, come accade in alcuni ordinamenti stranieri. Sarebbe un passo indietro rispetto alla tradizione italiana di indipendenza delle indagini, anche quando toccano il potere politico.

Infine, resta la domanda più concreta: questa riforma migliorerà davvero la giustizia dei cittadini?
Separare le carriere non accorcerà i tempi dei processi né risolverà la carenza di organico o la disuguaglianza tra tribunali del Nord e del Sud. È una riforma di principio, non di efficienza.

In fondo, la posta in gioco è l’equilibrio tra due valori cardine della nostra democrazia: l’imparzialità del giudice e l’indipendenza della magistratura.
Spostare il baricentro è possibile, ma farlo senza incrinare questo equilibrio sarà la vera prova di maturità della riforma.

E ora la partita passa ai cittadini. Poiché la riforma non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi in Parlamento, potrà essere sottoposta a referendum confermativo nei prossimi mesi. Saranno dunque gli elettori, con il loro voto, a decidere se sancire definitivamente la separazione delle carriere. Una scelta che non riguarda solo la giustizia, ma l’idea stessa di equilibrio tra i poteri dello Stato.

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