SE ANCHE IL LUTTO DIVENTA SPETTACOLO

I miei lettori sanno quanto orrore io provi alla semplice idea della violenza, qualsiasi forma di violenza, e in particolare quella su chi è più debole e indifeso; e sanno quanto io ritenga intollerabile che essa sia esercitata nel nome di un preteso amore che in realtà è smania di possesso; che è dimostrazione di immaturità nel migliore dei casi, ma più spesso è manifestazione di un meschino egoismo, miserabile quanto ottuso e osceno.

Per questo esprimo anche io, nel mio piccolo, la mia vicinanza al padre e alla sorella di Giulia Cecchettin e li stringo idealmente nel più affettuoso degli abbracci. Ma non mi unisco al pubblico che segue un funerale che come l’intera, tragica vicenda che ha distrutto la vita della loro amata figlia e sorella, si è trasformato in un lungo e morboso circo mediatico e in una diversa, ma non meno oscena forma di violenza.

Non sopporto gli applausi ai funerali, non sopporto la retorica del giornalismo pietoso, non sopporto l’indice del cronista teso a indicare le macchie di sangue sull’asfalto, non sopporto il trucido insistere sui dettagli più macabri, non sopporto le inutili quanto insulse interviste ai vicini di casa della vittima, non sopporto il vaniloquio degli esperti, le ricette dei saputi, le diagnosi dei saccenti sui mali della società: non sopporto questo ripetitivo, odioso fare audience dei media, che ogni volta, al verificarsi di tragedie come questa, si affrettano avidi a lucrare sulla curiosità malata della gente.

E non sopporto che questa immorale e ripugnante ricerca dell’audience a tutti i costi finisca regolarmente per mettere sullo stesso piano la vittima e il suo carnefice, che proprio per questo non ho intenzione di nominare, mentre invece su tutti i media se ne vede teneramente campeggiare il nome di battesimo nel riferire che “è molto provato”, “non riesce a dormire”, “ha finalmente abbracciato i genitori”, “non sopportava che lei non fosse più sua”, fino a riferire (ed è la cosa che più mi indigna) che “seguirà il funerale di Giulia in televisione”.

Lo so, è inevitabile, e forse le intenzioni sono buone. Forse. Ma ho appreso con orrore che dei maxischermi trasmetteranno in piazza il rito funebre di Giulia, come succede con le partite di calcio,  ed ho letto con orrore, lo ripeto, degli immancabili applausi che hanno salutato l’arrivo della bara bianca in cui giace il corpo martoriato di Giulia.

Avrei preferito, e preferirei, il silenzio: sia per lei che per il suo assassino.

Il silenzio del rispetto e del dolore per Giulia. E il silenzio dello sdegno e del disprezzo per chi ha spezzato la sua vita.

Giuseppe Riccardo Festa

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