Quer pasticciaccio brutto della legge elettorale

Ovvio che questo progetto di legge elettorale non piaccia a nessuno. Nel mio piccolo, se fossi io a decidere, opterei per una legge maggioritaria assoluta, con tanti collegi quanti sono i deputati per la Camera, e tanti quanti sono i senatori per l’altro ramo del Parlamento; e col doppio turno, come si fa con i sindaci: i parlamentari sarebbero così sicuramente radicati nel territorio, ogni elettore sarebbe certo di sapere per chi ha votato, e sulla legittimità degli eletti nessuno potrebbe sollevare dubbi.

Niente candidature multiple, niente teste di serie, niente mammasantissima dei partiti con l’elezione garantita. Solo che i partitini non ci stanno; i partiti che non hanno personalità di rilievo da proporre all’elettorato non ci stanno; i partiti a vocazione localistica non ci stanno; i partiti che hanno da piazzare i già citati mammasantissima non ci stanno. Insomma, la soluzione ideale non è tale per la maggior parte dei partiti, che hanno una o diverse delle caratteristiche che li inducono a non starci.

D’altra parte la legge attuale (se legge vogliamo chiamarla visto che è un pastrocchio concepito da Berlusconi per azzoppare Prodi, poi mezzo falcidiato dalla Corte Costituzionale) produrrebbe un caos tale da perpetuare l’attuale gioco delle alleanze variabili, il valzer dei voltagabbana e una governabilità discutibile.

La legge che tra insulti, fiducie, accuse e recriminazioni il Parlamento sta discutendo, è lungi dall’essere ideale e probabilmente perpetuerà giochi e danze, alleanze bislacche e campagne elettorali permanenti. Conserva l’obbrobrio delle candidature multiple (lo stesso candidato che si presenta in più collegi), i sospetti di incostituzionalità, le liste bloccate, un’obbrobriosa percentuale di seggi decisi col sistema proporzionale e una soglia di sbarramento calcolata per non sbarrare un bel niente, salvo forse le solite frange dei duri e puri della sinistra: quei duri e puri che sono tanto bravi a difendere i loro sacri principî quanto a garantire alla sinistra un eterno ruolo di perdente.

Ma un passino piccolo piccolo in avanti rispetto alla situazione attuale comunque lo rappresenta, se non altro per la brillante trovata di mettere un talloncino numerato sulle schede per impedire i brogli. E poi, diversamente da quella a suo tempo imposta da Berlusconi, non sarà votata solo dalla maggioranza di governo. È un inciucio? No, è un compromesso. Scadente, certo; ma almeno approvato da forze politiche anche contrapposte.

Di sicuro, una legge con le caratteristiche che abbiamo visto e che passa a suon di voti di fiducia non è il massimo: piuttosto è un minimo. Ma sospetto che l’ira di molti parlamentari sia dovuta al fatto che si sentono defraudati del diritto di fare i franchi tiratori, come già è successo col tentativo precedente.

Quanto ai partiti che, come i 5 Stelle, MDP e Fratelli d’Italia gridano al golpe, sarebbe interessante vedere quali proposte hanno avanzato, quanto sono praticabili e a cosa sarebbero stati disposti a rinunciare pur di avere una legge condivisa da tutti; ma ho il sospetto che loro, un po’ come tutti gli altri, avrebbero voluto una legge tagliata su misura sulle loro esigenze elettorali.

Insomma, la minestra è amara, indigesta e pure brutta da guardare; ma stando al quadro generale, è l’unica che i pessimi cuochi di Montecitorio e Palazzo Madama sembrano essere capaci di cucinare che abbia una speranza di diventare legge.

E, come dice il filosofo, piuttosto che niente è meglio piuttosto. O se preferite, miei affezionati ventiquattro lettori, o mangiamo ‘sta minestra, o ci buttiamo dalla finestra.

Giuseppe Riccardo Festa

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