Quelli che “E allora gli USA? E allora la NATO?”

È indiscutibile: da sempre la difesa degli interessi nazionali – o nazionalistici – prevale, in chi sa di essere forte, sulla difesa dei principî in nome dei quali il più delle volte, con solenne faccia tosta e disinvoltura, scatena un’aggressione ingiustificata e ingiustificabile.

Gli Stati Uniti e i Paesi europei che oggi condannano la Russia di Putin per la guerra che ha scatenato contro l’Ucraina non sono esenti da macchie, tutt’altro: dall’Abissinia alla Somalia, dal Viet-Nam al Cile, dai Boeri alle Falkland, dalla Libia all’Irak e all’Afghanistan e più in generale al secolare colonialismo, l’Occidente ha molto da rimproverarsi circa le motivazioni e le conseguenze delle guerre che ha fomentato, quando non condotto direttamente, per evidenti ragioni economiche, di prestigio e di potere, pur se mascherate con alibi altisonanti quali l’esportazione di civiltà e democrazia o la difesa dei diritti.

Ma gli errori, anche i più tragici e recenti, commessi dai Paesi occidentali nel perseguire le loro politiche egemoniche, non possono essere usati come alibi per sminuire, o addirittura per legittimare, la guerra ingiustificabile che Putin ha scatenato contro l’Ucraina.

Come pure assurdo è giustificare questa guerra con le presunte provocazioni dell’Occidente e dell’attuale governo Ucraino all’incombente vicino: affermare che Putin avrebbe il diritto di difendersi in vista della possibile adesione dell’Ucraina alla Nato (organizzazione sulla cui ragion d’essere è peraltro legittimo interrogarsi) equivale a legittimare le mai abbastanza vituperate “guerre preventive” teorizzate, e purtroppo messe in atto, dalla politica USA dell’era Bush.

Chi vuole sostenere la politica espansionistica e di potere di Putin farà meglio a cercare argomenti più validi e credibili, ammesso che ne trovi; ma dovrebbe tenere presente che non è certamente citando gli abusi altrui che si possono legittimare i propri o quelli di chi si vuole giustificare.

Dunque, sì, si condanni l’imperialismo USA, britannico, francese, dell’intera NATO: è cosa buona e giusta. Ma non si provi, rievocando quello, a dileggiare chi, oggi, legittimamente e doverosamente condanna l’imperialismo russo che comunque, fin dall’epoca degli zar e poi nell’era sovietica, non è stato certo meno invadente, arrogante, spietato e cinico di quello occidentale: Muro di Berlino, Ungheria, Cecoslovacchia e Afghanistan, per non citare che gli esempi più clamorosi, stanno lì a dimostrarlo: basta che la Storia si cerchi di ricordarsela tutta, non solo le sue pagine che confortano le proprie posizioni ideologiche.

Chi scrive non ha esitato, all’epoca della seconda Guerra del Golfo, a definire George W. Bush un criminale di guerra e il suo alleato Tony Blair, allora primo ministro britannico, suo acritico e non meno criminale famulo. Con la stessa chiarezza, non esita ora ad affermare che Vladimir Putin merita la condanna senza appello di chiunque, nel mondo, rifiuti la l’idea che la ragione, alla fine, stia sempre dalla parte del più forte; e questo non solo per motivi di principio ma anche perché non sempre è stato così: i vietnamiti umiliarono gli USA, gli afghani l’URSS e poi l’intero occidente e i popoli dell’Est europeo si liberarono del giogo sovietico. Allo stesso modo, Putin potrebbe aver sottovalutato la capacità di resistenza del popolo Ucraino: la vittoria, ammesso che arrivi, potrebbe allora costargli molto cara e la sua mossa ritorcerglisi contro.

In ogni caso, quale che sia l’esito di questa guerra sciagurata, deve restare fermo, nella mente delle persone di buona volontà, il principio semplice, se non addirittura puerile e banale, che chi scatena una guerra, quali che siano le sue scuse e i suoi alibi, è sempre, comunque e senza eccezioni un criminale.

Giuseppe Riccardo Festa

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