QUANDO SI PERDE IL SENSO DEL LIMITE

La critica non è semplicemente un diritto: è un dovere, a maggior ragione quando si occupano cariche pubbliche.

Così, molto nobilmente, un senatore PD in contrasto con la linea autoritaria e destrorsa di Matteo Renzi in materia di leggi sul lavoro, ha presentato le dimissioni dalla sua carica di senatore.È un modo di criticare, fatto con dignità e signorilità, che merita rispetto, se non ammirazione. Molti altri, in quel partito, che prima hanno alzato la voce e poi hanno chinato il capo, per coerenza dovrebbero fare la stessa cosa.

Lo stesso diritto di critica vale per chiunque e verso chiunque, dal tifoso di calcio che s’’imbufalisce contro il suo beniamino che sbaglia un rigore al membro dell’’opposizione verso la maggioranza.

Alcuni cardinali, con discrezione, hanno manifestato le loro riserve verso le aperture di papa Francesco verso i divorziati e i gay, e il papa non si è nemmeno sognato di censurarli. Se i cardinali possono criticare il papa, figurarsi se i cittadini non hanno il diritto di criticare il presidente della Repubblica, che è un uomo come tutti gli altri, e come tutti gli altri è passibile di sbagliare. Non è al di sopra della legge: se lo sbaglio è grave, o si configura un’’ipotesi di reato, la Costituzione prevede anche una procedura di messa in stato di accusa.

Il punto è che quando si vuole criticare qualcuno -– che sia capo del governo, esponente dell’’opposizione, calciatore, papa, presidente della Repubblica, spazzino comunale o impiegato delle Poste -– non si dovrebbero mai travalicare certi limiti, quale che sia il motivo che induce ad alzare il dito accusatore.

Questi limiti si chiamano buona educazione, senso della misura e, al di là della persona, rispetto della funzione che chi è oggetto di critica ricopre. La vicenda della trattativa Stato-–mafia, oggetto di un processo a Palermo, per il quale Giorgio Napolitano, nelle forme previste per la carica che ricopre, è stato chiamato a testimoniare, ha provocato, da parte di Sabina Guzzanti e del deputato Carlo Sibilia, due critiche che quei limiti li hanno superati.

Il motivo della protesta è noto: gli avvocati di Totò Riina e Leoluca Bagarella e dell’’ex ministro Nicola Mancino, imputato a piede libero, avevano chiesto che i loro assistiti potessero assistere in videoconferenza alla testimonianza di Napolitano; la Procura di Palermo aveva dato il suo assenso, ma il Tribunale ha escluso questa possibilità, motivando la sua decisione col rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica fissate dalla Costituzione.

Sia chiaro: questa decisione è criticabile quanto ogni altra. Ma sono inaccettabili il tweet di solidarietà della Guzzanti verso i due mafiosi e quello di Sibilia che definisce i due mafiosi, esplicitamente, sottoposti del “boss” (sic) Napolitano.

La prima offende le innumerevoli vittime dei due mafiosi oggetto della sua solidarietà, dalla quale peraltro esclude Mancino; l’’altro chiama il Capo dello Stato a correo di tutti i reati da loro commessi. Non si tratta di colore politico o di scelte di campo: dichiarazioni del genere sono inqualificabili da qualunque parte provengano. Sia Guzzanti che Sibilia devono dunque essere chiamati a giustificare le loro affermazioni. La prima, davanti ai familiari dei poliziotti, dei magistrati, dei sindacalisti, degli imprenditori e dei cittadini dei quali Bagarella e Riina hanno ordinato la morte; il secondo, in considerazione della gravissima accusa che lancia, dovrà farlo in Parlamento, perché simili accuse possono essere avanzate solo disponendo di inoppugnabili elementi di prova e nei modi previsti dalla Legge, non con un improvvido e intempestivo tweet.

La rabbia e la sete di protagonismo sono pessime consigliere. Guzzanti e Sibilia farebbero bene a contare fino a dieci prima di scatenare le dita sulla tastiera.

E poi, dopo aver contato, farebbero ancora meglio a non scrivere nulla.

Giuseppe Riccardo Festa

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