Quando la bufala fa notizia

Accogliamo con piacere la decisione di Beppe Grillo di non considerare più l’avviso di garanzia come una sorta di acconto sulla sentenza del terzo grado di giudizio. Fosse anche vero che si tratta di una mossa studiata in vista di possibili iniziative della magistratura a carico di Virginia Raggi, in ogni caso si tratta di un passo nella giusta direzione: troppe volte è successo che reputazioni e carriere siano state distrutte (certamente non dal solo Grillo) solo perché gli interessati erano stati oggetto di indagini che, poi, erano sfociate nel nulla: basti pensare al caso della professoressa Ilaria Capua, già deputata al Parlamento e scienziata di chiara fama internazionale, che per una cosa del genere fu oggetto di un linciaggio mediatico a causa del quale, una volta acclarata la sua cristallina innocenza, decise di rassegnare le dimissioni da parlamentare e tornarsene a lavorare all’estero. Un episodio triste, tristissimo, che dimostra quanto cauti si debba essere nel trasformare in strumento di tortura un istituto, quello appunto dell’avviso di garanzia, che in teoria – lo dice il nome – dovrebbe viceversa servire a tutelarne il destinatario.

Non altrettanto positivamente possiamo salutare l’idea dello stesso Beppe Grillo – presumo che sia una provocazione – di affidare a giurie popolari il giudizio sulla veridicità delle notizie di stampa. Chi formerebbe queste giurie? Di quanti elementi consterebbero? Quali qualifiche avrebbero i loro membri? Su quali basi, in definitiva, esse deciderebbero se una notizia è vera o è una bufala? Sul semplice principio di maggioranza? Ma non è affatto detto che la maggioranza abbia ragione in quanto tale. Nel Medioevo la maggioranza della gente credeva nelle streghe, nell’astrologia, nella magia e nelle possessioni diaboliche: molte donne pagarono con la vita, sul rogo, queste convinzioni della maggioranza.

Non voglio arrivare a evocare la giustizia sommaria esercitata in Virginia, nel ‘700, da Charles Lynch e dai suoi sodali (da cui la parola “linciaggio”); ma quale giuria popolare, nel diciassettesimo secolo, avrebbe prestato credito alla formula newtoniana secondo la quale “La gravità è direttamente proporzionale alla massa e inversamente proporzionale al quadrato della distanza”, o, nel 1905, alle affermazioni apparentemente pazzesche enunciate da Einstein nella Teoria della Relatività?

Le giurie popolari non possiedono la verità, esattamente come non la possiedono i giornalisti che per lo più, proprio come sto facendo io in queste righe, oltre a narrare fatti esprimono pareri: proprio per questo si parla di “giornali di opinione”.

Lo stesso evento non sarà raccontato allo stesso modo da “Il fatto quotidiano”, “La Repubblica”, “Libero”, “Il Giornale”, “La Padania”, o lo stesso blog di Beppe Grillo. Ed è giusto, è necessario ed è bellissimo che così sia: questo diverso modo di proporre le notizie si chiama “Libertà di espressione” ed è sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana all’Art. 21. Chiunque tenti di conculcarla, dunque, si mette contro la Costituzione. Dovrebbe ricordarselo, Beppe Grillo, che il 4 dicembre scorso la Costituzione l’ha difesa con tanto vigore: le regole vanno rispettate sempre e tutte, non solo quando, se e per la parte che ci conviene.

Ma sicuramente, come dicevamo, questa sua dichiarazione è una provocazione: lo ha irritato l’idea che si possa intervenire, sul Web, per limitare il dilagare delle bufale: bufale in difesa delle quali, da più parti, si invoca proprio quel dettato costituzionale che ho appena citato.

Solo che c’è una certa differenza fra la libertà di espressione e la libertà di falso. Affermare, il giorno dopo l’inaugurazione, che un cavalcavia della Salerno-Reggio Calabria è crollato, non è libertà di espressione: è falso e procurato allarme. Mettere in bocca a Cecile Kyenge o a Laura Boldrini affermazioni che non hanno mai rilasciato non è libertà di espressione: è falso e calunnia. Affermare che i vaccini sono causa di autismo, o proporre di curare il cancro con sistemi “alternativi” senza possedere il necessario back-ground accademico né portare uno straccio di documentazione scientifica non è libertà di espressione: è falso e truffa. Va da sé che questo vale per la rete quanto per la carta stampata. Solo che ben difficilmente la carta stampata propala bufale di questa fatta; e se capita viene immediatamente smentita e se del caso sanzionata, di solito su querela di parte. Beppe Grillo afferma che giornali e TV (ma sicuramente, insisto, è una provocazione) propalano bufale a tutto andare? Benissimo, la legge offre a tutti, anche a lui, gli strumenti per svergognare chi dice il falso. Si rechi dunque in un tribunale e, carte alla mano, denunci tutte queste bufale: ne ha il diritto, se non addirittura il dovere. Ma lasci stare, per favore, le giurie popolari.

Ma tanto la sua è una provocazione.

Ben vengano le provocazioni: stimolano la discussione e la riflessione, che si auspica sia comunque sempre civile e pacata. Però stiamo attenti quando lanciamo certe idee, perché le idee hanno una triste caratteristica in comune con la moneta: quella cattiva scaccia sempre quella buona.

Giuseppe Riccardo Festa

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