■Antonio Loiacono
Non sempre serve fare qualcosa di straordinario per lasciare un segno. A volte basta presentarsi, senza fretta, con un sorriso vero e la disponibilità ad ascoltare.
È dentro questa dimensione che ieri si è conclusa “Pasqua col sorriso”, l’iniziativa promossa da Alessandra Perziano (in collaborazione con l’associazione pitagorica “DiSegno Sociale”), iniziata negli ultimi giorni dello scorso febbraio. Un progetto semplice, almeno in apparenza: incontrare persone, fermarsi. Ma a guardarlo meglio, più da vicino, è evidente che la materia di cui è fatto il progetto è un’altra. Tempo. Attenzione. Presenza.
“Il dono del tempo e dell’attenzione è una forma preziosa di carezza all’anima”, racconta Perziano. E non sembra una frase costruita: suona più come qualcosa maturato strada facendo, tra una porta bussata e un sorriso incerto.
Il tour, ha tagliato il traguardo tra ambienti che restano, per lo più, ai margini del racconto pubblico: i reparti di Pediatria e Psichiatria dell’ospedale San Giovanni di Dio di Crotone, dove la fragilità è parte della quotidianità.
Non è stato un evento rumoroso. Niente clamore, niente grandi annunci. Piuttosto una sequenza di ingressi “in punta di piedi”, come li descrive chi c’era. Un passaggio discreto, quasi rispettoso di equilibri delicati.
Nel reparto di Pediatria, ad esempio, un’infermiera — stanca, ma con lo sguardo acceso — si lascia scappare una mezza frase: “Non è tanto per i bambini… cioè sì, certo, ma anche per noi. Ci ricorda che fuori qualcuno pensa ancora a questi posti.”
E qualcosa di simile, anche se con parole diverse, arriva dal personale della Psichiatria. Un messaggio più formale, certo, ma che non perde quel fondo umano che si riconosce subito: “È un bellissimo gesto di vicinanza dimostrato nei confronti dei pazienti ricoverati presso la nostra UOC. La donazione di un uovo di Pasqua va oltre il valore materiale: rappresenta un segno concreto di attenzione, umanità e condivisione.”
Poi, quasi a voler chiarire meglio — o forse semplicemente a mettere a fuoco ciò che si vive ogni giorno in reparto — il pensiero si allarga: “In un contesto in cui anche un piccolo gesto può fare la differenza, questo dono ha portato un sorriso e un momento di serenità a chi sta affrontando un percorso delicato.”
Non è retorica, o almeno non suona come tale. Perché chi frequenta certi ambienti sa che la soglia delle emozioni è diversa, più sottile. E anche la Pasqua, in questo senso, cambia forma: “La Pasqua, con il suo messaggio di speranza e rinascita, trova così una delle sue espressioni più autentiche: prendersi cura degli altri.”
Alla fine resta un ringraziamento, semplice, senza costruzioni particolari: “Grazie per aver donato un momento di gioia e vicinanza.”
E forse è proprio questa la misura più giusta per raccontare ciò che è accaduto. Non servono grandi parole. Basta non perdere il senso.
Negli ultimi anni, complice anche un clima generale fatto di notizie pesanti, crisi continue, una certa stanchezza collettiva, iniziative come questa assumono un significato diverso. Non salvano il mondo, certo. Ma lo spostano, anche solo di qualche millimetro.
Secondo i dati ISTAT più recenti sul volontariato in Italia, oltre 4,6 milioni di persone sono impegnate in attività solidali. Eppure, ciò che spesso manca non è il numero, ma la qualità del tempo offerto. Tempo vero, non residuale.
Perziano insiste proprio su questo aspetto: “Non serve fare cose straordinarie. Serve esserci. Davvero.”
E quel “davvero” pesa. Perché implica ascolto, presenza, anche un certo grado di vulnerabilità. Non è sempre facile entrare in contesti dove la fragilità è evidente. A volte mette a disagio. A volte spiazza.
Ma forse è proprio lì che il gesto acquista valore.
Nessun progetto del genere si costruisce da soli. E infatti, dietro “Pasqua col sorriso”, c’è una rete — non formalissima, non rigida — ma concreta.
Le associazioni “Autismo KR” e “Gli Altri Siamo Noi” della città tra le più importanti della Magna Grecia, hanno partecipato attivamente, contribuendo non solo alla distribuzione, ma anche alla creazione di momenti di condivisione. Incontri brevi, sì, ma densi.
Poi c’è un dettaglio che resta impresso: i coniglietti colorati realizzati da Antonio Vrenna. Piccoli oggetti, niente di complesso. Ma curati. Pensati. E, in un certo senso, pieni di quella dolcezza che non si può simulare: “Li abbiamo fatti uno per uno, senza fretta,” racconta. “Volevo che si vedesse.”
E si vedeva, in effetti.
C’è una parte dell’iniziativa che non compare nelle immagini condivise. Non per scelta strategica, ma quasi per pudore.
Le consegne porta a porta. Quelle fatte lontano da occhi esterni, senza documentazione. Famiglie, case, situazioni in cui la solitudine è più silenziosa, meno visibile.
È qui che il racconto si fa meno lineare. Più umano, forse. Perché non tutto è raccontabile con facilità. Non tutto si presta a essere trasformato in storia pubblica.
“Alcune porte si aprono piano,” dice Perziano. “E devi capire subito quanto puoi restare.”
Non sempre c’è spazio per parole grandi. A volte basta un saluto, uno scambio rapido, un sorriso che arriva tardi ma arriva. E resta!
Guardando l’insieme — i reparti, le associazioni, le persone coinvolte — emerge qualcosa che va oltre l’evento in sé. Una specie di trama invisibile fatta di relazioni, di disponibilità, di piccoli slanci.
Non è perfetta. Non è continua. Ma esiste.
E forse è proprio questo che colpisce di più: il fatto che, nonostante tutto, ci sia ancora spazio per iniziative che non cercano visibilità a tutti i costi, che non puntano a numeri impressionanti ma a incontri reali.
Certo, non mancano le difficoltà. Organizzare, coordinare, raccogliere adesioni. E poi la stanchezza, quella vera. Ma il riscontro, a quanto pare, è stato forte.
“La risposta è stata molto positiva,” viene ripetuto più volte. E non sembra una formula di circostanza.
La mattinata si è conclusa con l’ultimo giro del tour, come a chiudere un cerchio.
Ma la sensazione è che non si tratti davvero di una fine.
Piuttosto di una pausa.
Perché esperienze di questo tipo lasciano qualcosa che continua a muoversi anche dopo. Nei reparti, certo. Ma anche in chi ha partecipato. In chi ha visto, anche solo per qualche minuto, cosa significa “donare tempo”.
Non è una formula. Non è uno slogan. È una cosa concreta. A volte scomoda. Spesso sottovalutata.
Eppure — in giornate come quella di ieri — diventa evidente: può bastare.
O almeno, può essere un inizio!

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