Può un Dio aver paura di una minigonna?

Le è andata bene: il PM l’ha rilasciata, perché è stata filmata a sua insaputa. Quindi è innocente: se invece, come una qualunque ragazza del nostro mondo, fosse andata a spasso in minigonna e con i capelli sciolti e scoperti e si fosse fatta filmare volontariamente, allora sarebbero stati guai: come minimo l’avrebbero multata, ma avrebbe anche potuto rischiare una pubblica fustigazione.

Così vuole la lettura saudita della legge coranica, così impone la barbarie religiosa.

La barbarie religiosa si accanisce, da sempre, sul corpo delle donne: se ne serve ma ne è gelosa; lo desidera ma lo teme; soprattutto lo considera una cosa – ripeto: una cosa – di proprietà di colui che se ne servirà per generare i propri figli, da tenere al sicuro per evitare che altri vi accedano e lo usino – ripeto: lo usino – per generare figli non suoi o anche semplicemente per goderne, violando così la sua proprietà.

Da sempre, la barbarie religiosa considera il corpo delle donne come uno strumento destinato alla procreazione, e al piacere del maschio: nessuno deve goderne prima del proprietario, nessuno lo deve gustare al suo posto e prima di lui. Tanto è vero che, nel nostro mondo, sinonimo di vergine è l’aggettivo illibata, ossia non ancora gustata: le donne che si vantano di essere illibate (se ancora ce ne sono) non si rendono conto di essere fiere di paragonarsi a un gelato o a un bicchiere di vino: oggetto di piacere, mai soggetto. Destinate a essere scelte, mai a scegliere.

Non a caso, nel mondo islamico, il paradiso è un premio per i maschi che là, fra giardini, ruscelli e banchetti, troveranno settanta vergini dalla pelle trasparente, che saranno sempre a loro disposizione: mai mestruate, mai impegnate a fare altro che compiacere il loro padrone.

Quella ragazza ha rischiato d’essere punita per un crimine – aver indossato una minigonna e aver scoperto i capelli – semplicemente impensabile nel nostro mondo, dove nonostante i tanti difetti e i tanti problemi, almeno ci muoviamo verso una vera e definitiva liberazione della donna da ogni pregiudizio e soprattutto da ogni asservimento a una visione strumentale della sua esistenza e del suo corpo.

È una strada ancora lunga, e certamente molto ancora ci resta da percorrerne. Ma possiamo vantarci, con orgoglio, di essere ben più avanti di chi, come l’ottuso regime saudita, ancora non solo non ha cominciato a percorrerla, ma nemmeno si sogna di cominciare a farlo.

 

Giuseppe Riccardo Festa

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