PREMIERATO: IL SOGNO DEL CAPO SCELTO DAL POPOLO O L’ANTICAMERA DEL COMANDO ASSOLUTO?

La riforma di Giorgia Meloni promette stabilità e chiarezza, ma rischia di trasformare la democrazia in un applausometro del potere

Giorgia Meloni

Antonio Loiacono

C’è chi la chiama “riforma della chiarezza”, ma la chiarezza, in politica, è sempre una lama a doppio taglio.
Taglia la confusione, sì — ma può anche tagliare i contrappesi!

La riforma del premierato, la creatura più amata di Giorgia Meloni, è la sua vera bandiera: il sogno di un Paese governato da chi ha ricevuto il mandato diretto dal popolo.
Un premier eletto da tutti, cinque anni garantiti, niente più giochi di palazzo: detto così, suona quasi irresistibile.

Ma poi guardi meglio e ti chiedi: davvero basta un’elezione diretta per curare la malattia cronica dell’Italia, quella dei governi che cadono prima di durare?
O stiamo semplicemente spostando il problema, concentrando ancora più potere in un’unica figura?

Perché dietro la parola “stabilità” si nasconde spesso una tentazione antica: quella del comando solitario.
E quando il Parlamento smette di essere un luogo di confronto e diventa una platea, la democrazia perde il suo respiro!
Il Presidente della Repubblica, custode dell’equilibrio istituzionale, rischia di trasformarsi in un notaio che timbra decisioni già prese.

Non è la prima volta che ci provano! Ogni generazione politica italiana ha sognato il suo “uomo forte con il voto del popolo”.
D’Alema, Renzi, adesso Meloni: cambiano i nomi, non la pulsione; solo che stavolta il terreno è fertile — la gente è stanca, vuole stabilità, vuole sapere chi comanda e per quanto.

E allora sì, la narrazione funziona.
“Chi vince governa, chi perde va a casa.”
Semplice, diretto, rassicurante! Solo che la semplicità, in politica, è sempre sospetta.
Perché dietro il disegno pulito del potere può nascondersi un’ombra: il silenzio della pluralità, la fine dei pesi e contrappesi che tengono in equilibrio la democrazia.

Il premierato è una promessa: più ordine, più efficienza, più responsabilità, ma anche una domanda che brucia: in nome della governabilità, quanto siamo disposti a rinunciare alla libertà del dissenso?

La Costituzione del ’48 era nata per impedirlo e oggi, a forza di riscriverla, rischiamo di dimenticare perché.

 

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