POLTRIRE O NON POLTRIRE: QUESTO E’ IL (FALSO) PROBLEMA

Ormai è un credo universale, paragonabile quasi a quello che si professa in Chiesa tutte le domeniche: occorre muoversi, chi si ferma è perduto, e il tempo non aspetta tempo. Gli inviti ad una vita dinamica si moltiplicano, quelle (poche) volte che riesco ad andare in palestra mi ritrovo davanti, ineludibile ed ineluttabile la scritta: “se non vuoi invecchiare, muoviti”; alla Radio e in Tv si moltiplicano le esortazioni ad essere attivi brillanti ed intraprendenti, e lo stress quotidiano appare ai più una componente imprescindibile della vita moderna. Da cardiologo non posso non condividere l’invito ad una vita dinamica, e piena di interessi: è sensazione comune, e non solo dei medici, che essa faccia parte del benessere fisico e psichico di ciascuno di noi. E nell’attività quotidiana cerco nel modo migliore di cui sono capace di “passare” queste raccomandazioni ai miei pazienti. Spesso, però, mi chiedo se pretendere, come vorrebbero alcuni studi peraltro assai accreditati, da un anziano o da un vecchietto un comportamento da ventenne sia più controproducente che utile. E mi torna in mente quell’aneddoto riferitomi da un paziente il quale vedendosi apostrofare ripetutamente dal suo medico curante circa la sua pinguedine e la sua enorme circonferenza addominale, un giorno, non potendone più, rispose al suo dottore, più in carne di lui, più o meno in questo modo: ma perché non dimagrisce per primo lei, doc? La sensazione che provano spesso i medici è che a voler tirare troppo la corda, senza condividere con il paziente scelte terapeutiche ragionevoli più che perfezionistiche e irraggiungibili, tra le quali è ovvio che debba rientrare l’attività fisica, si ottenga l’effetto contrario. E può anche capitare di leggere dalla penna autorevole e scoppiettante di Vittorio Feltri (il Giornale 22 novembre 2013) un elogio della pigrizia, corredato di aneddoti e fatti gustosi, che è al tempo stesso una clamorosa rivincita dell’indolenza sull’attivismo, una esaltazione smisurata della poltrona comoda rispetto allo jogging, e una ribellione ad una vulgata che molti ritengono insopportabile. Feltri ce l’ha con i pediatri che, riprendendo una indagine statistica dell’OMS, affermano che l’inattività è causa di circa due milioni di morti nel pianeta, oltre che di diabete e malattie cardiovascolari, e contesta sulla base della sua esperienza dati e previsioni di esperti basate su estrapolazioni personali di statistiche che possono essere interpretate in modo diverso. Verrebbe da dire: come dargli torto? Le elaborazioni dei dati talvolta appaiono astruse anche ai tecnici, e le estrapolazioni non sono sempre chiaramente condivisibili. Quando la statistica in tempi di magra come quelli attuali dice (alla Trilussa) che se due italiani consumano un pollo, ne mangiano mezzo ciascuno, mentre è risaputo che nel nostro Paese pochi privilegiati ne mangiano tanti e moltissimi nessuno, dice una sciocchezza che, sulla base del buon senso, è assai difficile da contestare. E quando il giornalista manifesta il suo palese disprezzo nei confronti dei ciclisti che sulle strade d’Italia, alla domenica mattina, occupano regolarmente meta corsia o addirittura l’intera corsia stradale intenti più a chiacchierare che a pedalare, costringendo gli automobilisti ad una guida attenta ad evitare ogni loro scherzetto; o quando vede le facce paonazze di podisti che, sfiniti, mostrano facce falsamente soddisfatte per loro prestazioni, mentre è assai evidente che non vedono l’ora di essere a casa quanto prima; o quando rabbrividisce all’idea che molti vadano inutilmente in piscina a prendere freddo e umidità, esprime dei sentimenti che, almeno una volta, ognuno di noi ha provato in vita sua. Perché affrettarsi, perché andare di corsa, perché non poltrire anziché smaniare? Forse che Giuseppe Prezzolini grande letterato e scrittore italiano, morto centenario senza aver mai praticato attività fisica un solo giorno della sua vita, fosse un amante dello spinning o dell’ellittico? Forse che Andreotti, morto ultranovantenne non abbia ripetuto in tutte le occasioni e in tutte le salse di non aver mai perso tempo a praticare dello sport, pur amando ed ammirando tutti i suoi amici sportivi al punto di assistere personalmente alle esequie di ognuno di loro? Ecc. Ecc. Se fossi solo un lettore, anziché un cardiologo, sposerei appieno le tesi di Feltri e mi sentirei rincuorato. Sarei persino pronto ad esaltare la classica pennichella, cui non sono mai riuscito ad abbandonarmi, che alcuni miei amici napoletani chiamano molto più poeticamente Controra, e a declamare le virtù del fantastico divano di casa che alla sera ipnotizza sempre e comunque (e sì che c’è la Champions League…). Ma non posso: il “dovere” di tecnico della salute mi chiama ad una più attenta e seria riflessione sull’ attività fisica e sui benefici che essa comporta se praticata in modo sano ed equilibrato. E’ probabile che la longevità di grandi letterati e poeti sia legata oltre che a fattori genetici, alla loro multiforme attività intellettuale che, è risaputo, contribuisce a vivere meglio e più a lungo. E che gli interessi intellettuali siano persino più forti di vizi o abitudini sbagliate che possono giocare un ruolo in senso contrario. Prezzolini, che non rinunciava mai un grappino quando era il momento adatto, è stato un gigante della vita intellettuale del Novecento e, oltre a scrivere tanti libri, ha intessuto rapporti epistolari con grandi come Benedetto Croce ed Ernest Hemingway, e ha viaggiato in lungo e in largo insegnando italiano negli Stati Uniti per oltre 25 anni, potendosi fregiare in ultimo del titolo di Professore emerito di Italianistica negli Usa (scusate se è poco…). Di Andreotti, dopo de Gasperi uno dei politici più importanti del dopoguerra, Bruno Vespa mette in evidenza nel suo ultimo libro la eccezionale memoria che conservava da ottantacinquenne, aiutata dal suo famoso e misterioso diario, e il suo straordinario attivismo politico che gli ha consentito di rivestire un ruolo politico di primo piano anche in età avanzata (e di difendersi dalle insidie degli “amici” del suo partito, e delle procure giudiziarie che lo accusavano di improbabili effusioni con capi mafiosi). Niente a che vedere con la gente comune, come vedete. Del resto la pigrizia può essere causa di parecchi problemi: il leggendario Oblomov, personaggio famosissimo della letteratura russa, ne è una dimostrazione concreta: egli che per straordinaria indolenza rifiuta nel modo più assoluto qualsiasi attività e che, persino per allacciarsi le scarpe, dipende dal suo servitore, pur di non staccarsi dal suo divano lascia che la sua rendita vada a rotoli, che amici e servitori lo truffino e lo derubino, e per poco non finisce in rovina se non intervenisse il suo fidato amico Stolz. Finita la lettura di Feltri, sono immediatamente “costretto” ad abbandonare le sue seduzioni dal messaggio chiave delle linee guida della Società Europea di Cardiologia in tema di prevenzione cardiovascolare: “La pratica di una regolare attività fisica e/o di un allenamento aerobico è associata ad una riduzione della mortalità cardiovascolare”. Seguono una serie di indicazioni su quali tipi di attività fisica debbano svolgere i soggetti sani e i cardiopatici, le modalità attraverso le quali essa debba essere condotta e, purtroppo, la constatazione che una percentuale di soggetti ben inferiore al 50% sia tra i sani che tra i cardiopatici si dedica all’attività fisica nel modo dovuto. Il tutto corredato da una vasta bibliografia e dalla citazione di importantissimi RCT (studi randomizzati e controllati, cioè quelli di maggiore rilevanza scientifica). Ma: se l’attività fisica è così importante nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, se determina una riduzione della mortalità generale e non solo di quella riconducibile alle cardiovasculopatie perché essa viene praticata in modo così insufficiente, a dispetto dell’enfasi che i mass media le riservano? E Perché viene da molti palesemente contestata? Azzardo due o tre ipotesi dettate dal buon senso e dalla mia (limitatissima) esperienza clinica. Innanzitutto i dati vengono presentati all’opinione pubblica in maniera tale da suscitare allarme (vedi la reazione di VF), e, dopo un momento di apprensione e timore, nel lettore subentra una sensazione di impotenza e di fatalismo e di successiva negazione del problema che impedisce di pensare alle giuste contromisure (un po’ come succede con i pacchetti delle sigarette: è risaputo che le scritte minacciose che le corredano ormai non impressionano più i fumatori, fanno parte del look della marca, e aiutano anzi a riconoscerla: ci vuole altro per indurre i fumatori a smettere.) In secondo luogo l’attività fisica sembra spesso essere “imposta” più che consigliata al paziente. E le raccomandazioni ad effettuare tante ore di esercizio alla settimana, non di più e non di meno, somigliano a quelle diete rigorosissime per rispettare le quali occorrono bilance più precise di quelle del farmacista: dopo una settimana il cristiano si scoccia. Probabilmente, come dicevo prima, bisogna invece convincere con il buon senso il paziente, ma anche la persona sana, sulla bontà dei dati che le società scientifiche presentano, condividere con lui un percorso graduale e non di tipo rigido, e fargli capire che l’attività fisica regolare e graduata di intensità può essere un momento di importante socializzazione, di relax e di allontanamento delle tensioni della giornata. Infine (e forse questo è l’ostacolo maggiore) spesso risulta assai difficile per un cardiopatico o anche per un soggetto sano cambiare abitudini e stile di vita, occupato com’è nelle faccende della vita quotidiana che lo prendono da mane a sera. Di conseguenza deve essere fortemente motivato e comprendere i benefici reali dell’attività fisica per sperare che egli desideri realmente praticarle, con il colloquio costante e con il coinvolgimento emotivo di medico e paziente. (A proposito: stasera mi tocca andare in palestra con mio figlio e , purtroppo per lui (ma, ahimè, anche per me) non è riuscito ad inventare alcuna scusa plausibile per rimandare l’appuntamento. Angelo Mingrone

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