■Antonio Loiacono
In queste ore, su un noto canale social, è apparso un post che chiede al sindaco di Scala Coeli di vietare l’iniziativa culturale prevista per il 7 agosto, promossa dall’europarlamentare Pasquale Tridico (M5S), con la partecipazione di Vittoria Baldino e Mimmo Lucano.
L’iniziativa si chiama “Il modello Riace in Calabria”. Il contenuto è chiaro: si parlerà di migrazioni, accoglienza, diritti, umanità. Temi profondi, urgenti, che – che piaccia o meno – fanno parte del dibattito culturale e politico del nostro tempo. Nulla di nascosto. Nessuna propaganda mascherata. Nessuna imposizione. Solo un confronto aperto su visioni diverse di società.
Eppure, questo basta per far scattare l’allarme in certi ambienti, dove il pensiero non si contesta: si elimina.
Il post in questione afferma che si tratta di un’iniziativa “privata, quindi da vietare”. Una frase che, se non fosse reale, sembrerebbe uscita da un copione satirico. Come se un incontro pubblico, annunciato, dichiarato, aperto a tutti, potesse essere vietato perché “di parte”.
Ma la politica, per sua natura, è di parte. E proprio per questo è pubblica. È confronto, pluralismo, scelta. Ed è proprio quando disturba, quando non è allineata, che diventa più necessaria.
Da quando, esattamente, un evento promosso da rappresentanti istituzionali viene etichettato come “illegittimo” solo perché propone un punto di vista diverso? Questo non è dissenso. È una forma sottile di censura, travestita da presunta neutralità. Un attacco al cuore stesso della democrazia.
C’è un meccanismo perverso che si ripete: si invoca la libertà solo quando si è censurati. Ma quando a parlare è “l’altro”, il diverso, l’oppositore, allora no. Va messo a tacere. Zittito. Oscurato. Questo atteggiamento non ha nulla di democratico. Ha un nome solo: ipocrisia.
Il dissenso è sacrosanto, certo. Ma dovrebbe avvenire con idee, con parole, con contenuti, non con invettive rancorose e tentativi maldestri di far sparire ciò che non si condivide. La rabbia non è un’argomentazione. Il fastidio non è un diritto di veto.
Chi oggi si scandalizza per un dibattito pubblico dovrebbe porsi una domanda semplice: credete davvero nella democrazia o solo nella vostra egemonia?
Dispiace – ma non sorprende – che questa reazione parta da ambienti sempre più allergici al confronto. Non per mancanza di parole, ma per paura delle parole degli altri. Perché ciò che davvero spaventa chi ha costruito consenso sul rancore è un racconto diverso: quello che parla di accoglienza come scelta, non come minaccia. Di umanità come valore, non come debolezza.
In questa vicenda, più che l’attacco a un evento specifico, preoccupa la tentazione di trasformare la politica in una cosa da vietare, da nascondere, da vergognarsi. Ma la politica si fa, si difende, si vive. Non si cancella.
La richiesta di censura è infondata. Ma è anche pericolosa, perché mostra quanto si sia disposti a calpestare il diritto al confronto pur di non ascoltare chi propone visioni diverse. E questo è il primo passo verso una deriva autoritaria.
Chi ha qualcosa da dire, lo dica. Chi vuole contestare, lo faccia. Ma nel merito, con coraggio, con rispetto per le regole del dibattito democratico. Non con post rabbiosi o appelli scomposti alla censura. Chi cerca di spegnere le voci scomode non è più forte. È solo più spaventato.
Perché in fondo, la vera posta in gioco non è l’evento del 7 agosto: è la libertà di pensarla diversamente.
È la democrazia!
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