OMAGGIO A ROCCA IMPERIALE Autore: Dott. Angelo Mingrone

Chissà quanti, come me, percorrendo alla sera, di ritorno da un lungo viaggio, la veloce superstrada, ormai a quattro corsie, che da Taranto porta a Rossano e Crotone, avranno notato, appena in territorio calabrese, quella Rocca massiccia e composta mentre una splendida luna piena e una stella satellite, cui essa si accompagna, la illuminano, assai più delle scintillanti luci serali che la circondano, facendola sembrare simile ad un presepe dorato; chissà quanti, dicevo, l’avranno notata e avranno pensato a quel posto come ad un paese di sogno, degno di una moderna cronaca di Narnia. Così vicino, eppure così lontano. Perchè a nessun viaggiatore, stanco e desideroso di rientrare a casa al più presto, sarà passato per la mente di svoltare a destra per andare a visitarlo. Il viaggiatore si sarà sicuramente ripromesso di farlo, per poi permettere che la routine quotidiana, gli impegni lavorativi senza sosta, e lo stress quotidiano lasciassero cadere questo proponimento nel dimenticatoio. Un giorno qualcuno ti racconta di esserci andato, di essere salito in cima alla Rocca superba, di averne conosciuto i segreti nascosti (una parte, certo, certo), e fatto pure visita allo splendido museo delle cere che questo paesello ospita. Ed ecco allora che il vecchio proponimento prende nuovamente vita: e non si fa alcuna fatica a convincere un gruppo di amici a liberarsi da ogni impegno per la prossima domenica, e a decidere in quattro e quattr’otto di recarvisi. Arrivare a Rocca Imperiale è piuttosto semplice, non c’è bisogno di studiare il percorso su Google Maps, o informarsi preventivamente su un buon ristorante, cosa a cui quelli più prosaici tra noi tengono particolarmente (sono pochi, ma tutti ottimi). Dallo svincolo sulla superstrada, la strada che porta in cima al Paese e cioè alla Rocca dista solo pochi chilometri (ma attenti agli autovelox! Se vi fregano, come è successo a me, la gita viene a costare il doppio o il triplo. Di questi tempi, sai…) Le strade sono pulite ed ordinate, le abitazioni tutte abbarbicate attorno al Castello, linde, piacevoli a vedersi, e decorose; è facile trovare un parcheggio, semplice dirigersi all’ingresso della Rocca dove ad attenderci troviamo la bravissima e preparatissima Maria Rosaria Oriolo, e la sua collega Filo Rago. Ci portano a visitare la Rocca che è una costruzione veramente imponente, grandiosa, tale da abbracciare idealmente nella sua estensione tutta la cittadina sottostante. Dalla Rocca, poi, si gode di un panorama mozzafiato, paragonabile agli spettacoli più belli che ognuno di noi ha visto in vita sua. Il mare calmo azzurro ed infinito del Golfo di Taranto, l’orizzonte della vista che spazia da Taranto (di cui è possibile notare anche il faro, a Capo Punta Alice), e poi le città vicine, Rotondella, Canna, Nocara e altre. Questa spettacolo da solo merita la visita della cittadina. Dalla parte opposta al mare uliveti, vigneti, macchia mediterranea, illuminati dal cielo azzurro di una bella giornata di sole, a dispetto della stagione autunnale. Maria Rosaria ci racconta la storia del Castello, dapprima residenza insieme ad altre 200 costruzioni poste tra Puglia e Sicilia, di Federico II di Svevia, l’imperatore Stupor mundi, il quale utilizzava la rocca per una notte o due durante i suoi spostamenti (e non si può certo dire che si facesse mancare qualcosa). La imponente cinta muraria, il ponte levatoio , il bastione federiciano sono alcune delle vestigie della costruzione medievale. Nel 1487 Alfonso d’Aragona apportò delle modifiche a questa già imponente costruzione. Lo fece per far fronte alle continue e sanguinose invasioni di Turchi e turcheschi, cause talvolta di devastazioni immani che hanno interessato tutta la costa ionica. Alfonso d’Aragona trasformò i due ponti levatoi in strutture murarie, fortificò le mura di cinta, il bastione di difesa detto cittadella e costruì tre torri di avvistamento: la torre di sud-est, la torre polveriera e la torre dalla forma amigdaloide rivolta a nord ovest dalla parte opposte al mare, da dove occorreva difendersi dalle invasioni dei pirati, come per gli altri lati del castello. Nel 1700 con l’arrivo dei Duchi Crivelli, feudatari di Napoli, la fortezza militare venne trasformata in castello residenziale con l’aggiunta del Palazzo superiore. Tutte le ricchezze in esso contenute, arredi, armature infissi e che avevano abbellito in sommo grado il castello vennero vendute con la caduta del feudalesimo, e la Rocca rischiò di andare in Rovina. Successivi passaggi furono l’acquisto della rocca da parte di alcune famiglie nobili del posto, e, finalmente nel 1998 il passaggio al Comune di questo bene e il tentativo a più riprese di restaurarlo e di metterlo a disposizione dei turisti interessati a visitarlo. Queste, e tante altre notizie, che per brevità ometto, possono essere conosciute grazie alle brave guide. Tanti racconti e tante leggende si raccontano sulla Rocca. Per esempio che essa fu una delle poche ad essere inespugnata durante la terribile invasione dei Turchi del 1644. In occasione di questa cruenta scorreria tutte le fortificazioni poste a salvaguardia delle popolazioni costiere vennero conquistate dagli invasori, e intere popolazioni distrutte e decimate. Ma Rocca Imperiale resistette. Dalle feritoie dei merli del castello migliaia di dardi avvelenati colpirono gli invasori, dalle calatoie fiumi di pece e olio bollente fermarono l’impeto dei assalitori, e infine le preghiere accorate e incessanti alla Madonna della Nova e la intensa devozione dei rocchesi e delle rocchese riuscirono nell’impresa unica di impedire all’esercito straniero di prevalere. Da quel di la Madonna della Nova viene venerata tutti gli anni a Rocca Imperiale. Dopo la Rocca merita senz’altro di essere visitata la Chiesa Madre, con lo splendido polittico posto posteriormente all’altare. E il crocefisso posto sulla navata laterale, da una costola del quale il 31 agosto 1691 sgorgò il sangue del Salvatore. Infine il Museo delle Cere. Ospitato al piano superiore del monastero dei frati osservanti di Rocca Imperiale, nasce da una idea del suo inventore, il geniale professore Giuseppe Tufaro, il quale è anche direttore d’orchestra e con tecnica innovativa ed originale ha costruito di persona tutte le statue di cera presenti. Davvero tante. Sono rappresentati molte personalità famose a cominciare da Federico II di Svevia, o personaggi contemporanei come Mussolini, De Gasperi, Madre Teresa di Calcutta, Rita Levi Montalcini, papa Wojtyla, Padre Pio da Montalcina (finalmente in posa sorridente e non accigliata), poi gli apostoli e Cristo durante l’ultima cena, la Sacra Famiglia, ed altre ancora. Tutte straordinariamente somiglianti e tutte volte a rappresentare un particolare momento della vita del personaggio in cera: Federico II nel momento di massimo splendore del suo Regno, Mussolini in posa, orgoglioso dei successi che la campagna del grano sta raccogliendo, ecc. Chi volesse documentarsi non ha che da visitare i tanti siti internet che ne raccontano in dettaglio tutte le caratteristiche. Però leggere delle informazioni via web non è esattamente la stessa cosa che visitare fisicamente il museo delle cere, conoscere di persona il suo geniale inventore, farsi raccontare da lui tanti aneddoti intorno a ciascuno dei personaggi rappresentati. Alcuni di essi hanno radici strettamente locali, e sono forse quelli che affascinano di più: la nonna paterna di Tufaro, e il pluridecorato soldato Francesco Mesce. La nonna paterna dell’artista è ritratta in modo straordinariamente somigliante. Veste gli abiti di una contadina che vive nelle nostre terre a cavallo tra 1800 e 1900: i tratti del volto, scavati da rughe evidenti alla fronte e sotto gli zigomi, la rima buccale chiusa e, direi, serrata, e persino le rime palpebrali del personaggio raccontano dei sacrifici immani cui la gente delle nostre parti si sottoponeva per aiutare la propria famiglia fino a non moltissimi anni fa. Ella alla nascita (che sfortunatamente fu causa della morte di parto della madre) ebbe in dono dal padre un crocefisso che la tenne in perfetta salute fino a 96 anni quando si spense serenamente dopo una vita di sacrifici: niente e nessuno poteva separarla dal piccolo crocefisso in legno, e quando ella morì il crocefisso scomparve misteriosamente e non fu mai più ritrovato. Il soldato Francesco Mesce di Trebisacce, bravissimo artificiere, di Trebisacce, che morì nel tentativo di far brillare una mina posta su un ponte del territorio di Rocca Imperiale. Ed altro ed altro ancora. Nello stesso monastero sono ospitati tanti altri musei, il Museo Marino, il Museo mineralogico, il museo araldico. Contribuiscono ad arricchire questa perla così vicina eppure così distante da noi tutti. Senonchè all’inizio del racconto dell’ultimo succoso aneddoto, qualcuno tra i più prosaici di noi, ripete ancora una volta che è ora di andare a pranzo. E così dobbiamo por fine al nostro cibo culturale. Non importa faremo alla prossima visita. Penso davvero che la valga la pena visitare questo delizioso borgo, percorrere le stradine e le piazze dove si trovano le steli di famosi poeti e potesse del novecento (Dacia Maraini, Alda Merini e altri), dove il prossimo 8 dicembre si terrà un festival sulla poesia, cui partecipa anche Maria Rosaria Oriolo, visitare Rocca e Museo. Al Termine della visita culturale Ristoranti accoglienti, dai nomi allettanti, possono soddisfare anche le pretese più eccentriche, a prezzi contenuti. Consigliamo a tutti Cruschi e Iommarelli.

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