NEL PUNTO ESATTO IN CUI I FIUMI CAMBIANO DESTINO!

Cosenza, tra radici antiche e visioni ostinate: quando l’acqua diventa linguaggio, le differenze si incontrano e un’idea chiamata “Confluenze” inizia a riscrivere il futuro

Salvatore Giordano a Palazzo Chigi, illustra il progetto "Confluenze 2023-2029"

Antonio Loiacono

Ci sono cose a cui ti aggrappi non per ostinazione, ma per una specie di fedeltà intima. Io, per esempio, continuo a preferire l’ipotesi osca sull’origine del nome Cosenza. Non perché sia più comoda, né perché suoni meglio. Ma perché ha dentro qualcosa di più antico, di più ruvido. Più vero, forse. L’idea che tutto nasca da una “cavità”, da una grotta, da un vuoto scavato nella terra… mi somiglia di più rispetto a quella lettura latina, ordinata, quasi diplomatica, fatta di “consensi” e armonie costruite a posteriori.

Poi certo, se la guardi con l’occhio del filologo, la storia cambia. Il latino Consentia che diventa “consensus”, “accordo”, “stare insieme”. Racconti rinascimentali che parlano di tribù bruzie riunite, di Romani che danno nomi per celebrare equilibri conquistati. Roba affascinante, sì. Ma anche un po’ sospetta. Perché spesso i nomi non nascono per spiegare: nascono per essere fraintesi.

E infatti c’è quell’altra pista, più sotterranea. Più testarda. Quella che riporta tutto a Cossa, a Cusa. Alla roccia scavata. Alla vita che si infila dentro la materia e ci resta. Un’etimologia meno elegante, ma più coerente con quello che erano quei territori: abitazioni rupestri, tufo, comunità che si adattano più che accordarsi.

I Romani, probabilmente, hanno fatto quello che fanno sempre le civiltà dominanti: hanno tradotto. E traducendo, hanno anche un po’ tradito!

Ma va bene così. Perché a volte gli errori generano simboli più potenti delle verità.

E il simbolo, oggi, è tutto lì: nella parola confluenza!

C’è un momento in cui smetti di vedere l’acqua come semplice paesaggio e inizi a leggerla come un’origine. Non più sfondo, ma inizio di tutto. Qualcosa che precede le forme, le modella, le attraversa senza mai fermarsi davvero. E allora la domanda viene quasi da sola: qualcuno, a Cosenza, ha provato a guardare i fiumi in questo modo? A riconoscere nel Crati e nel Busento non solo due linee sulla mappa, ma una specie di linguaggio vivo? Una struttura nascosta, capace di suggerire direzioni, incroci, possibilità. Non solo acqua che scorre, ma un’idea che prende forma proprio lì, dove due correnti decidono di non restare separate—un’intuizione che ha finito per prendere corpo nel progetto “Confluenze 2023-2029”, quello stesso progetto che ha portato la città bruzia sul podio del Premio “Città Italiana dei Giovani 2026”, a Palazzo Chigi.

Perché “Confluenze 2023–2029” non è solo un titolo ben riuscito. È un’idea che prova a trasformare una geografia in un metodo. Due fiumi che si incontrano e non si annullano, ma si potenziano. Due direzioni che diventano una traiettoria. E dentro questa immagine — semplice, quasi inevitabile — ci hanno infilato una visione politica, educativa, sociale.

Non è poco.

E mercoledì scorso, a Roma, nella sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio, “Confluenze 2023-2029” è salita su un palco. Non da sola, ovviamente. Portata, difesa, raccontata.

Il primo posto, nel premio, è andato ad Ascoli Piceno che ha presentato un progetto solido, concreto, quasi ingegneristico.

Poi c’erano loro: Roma e Cosenza su un totale di 23 città candidate alla vittoria finale.

Cosenza, non ha vinto il primo premio. Ma ha fatto qualcosa di diverso: si è fatta ricordare!

A ritirare il riconoscimento c’era Salvatore Giordano, presidente del Consiglio comunale dei giovani. E qui, permettimi una piccola deviazione personale — sì, anche un filo di orgoglio, chiamiamolo pure così.

Perché Salvatore, su quel palco, non ci è arrivato da solo. Si è portato dietro qualcosa che non si vede nelle slide, né nei dossier di progetto. Si è portato dietro le valli, i torrenti, il sale nell’aria. Si è portato dietro Scala Coeli. E quella cosa lì — quel misto di radici e respiro — ce l’ha nel sangue. Letteralmente. Gliel’ha passata sua madre, Serafina De Simone, scalese autentica, senza filtri.

In questi mesi abbiamo fatto una cosa semplice, ma non scontata –ha scritto in un suo post, Salvatore-: abbiamo costruito uno spazio vero, aperto, dove il confronto non fosse una formalità ma un metodo.

Questo riconoscimento arriva da lì. Da un lavoro collettivo di noi giovani, spesso silenzioso, fatto di costanza, di tempo sottratto ad altro, di tentativi e anche di errori.

È, soprattutto, il riconoscimento di una scelta: restare. Restare in una terra complessa e provare a cambiarla, senza aspettare che lo faccia qualcun altro. Perché un’alternativa esiste.

Dal mio canto, non smetterò mai di ringraziare le persone, i migliori compagni e compagne di viaggio che potessi desiderare, per cui tutto questo è stato possibile: Mattia, Fulvio, Marianna, Maria Rita, Simone, Davide, Alessandro, Giovanni, Giulia, Giuseppe, Maria.

È con voi –conclude il presidente del Consiglio Comunale dei giovani di Cosenza– che questo percorso ha trovato senso, direzione e forza.”

E allora sì, sarò pure ruffiano. Ma certe cose contano!

Perché quando parli di “confluenze” e vieni da un posto dove le identità si mescolano davvero — non per slogan, ma per necessità — il discorso cambia. Si fa più credibile. Più incarnato.

Ma ritorniamo al progetto che, nella sua architettura, è quasi musicale. Cinque macro-aree che scorrono come correnti parallele: confluenze educative, scientifiche e tecnologiche, civiche, culturali-sociali-ambientali, europee- internazionali.

Cinque direzioni che non competono, ma si cercano. Che non dividono risorse, ma le canalizzano.

L’idea di fondo è semplice — e proprio per questo difficile da realizzare: i giovani non devono restare ai margini dei processi decisionali. Devono entrarci dentro. Mischiarsi. Sporcarsi le mani.

Come fanno i fiumi.

L’obiettivo? Ridurre la dispersione scolastica. Abbassare il numero di quei ragazzi sospesi — i NEET — (dall’acronimo inglese di Not [engaged] in Education, Employment or Training, lett. “Non [attivo] in istruzione, in lavoro o in formazione” persone che in un dato momento non studiano, né lavorano né ricevono una formazione. In statistica, sono anche note come persone inattive che non si stanno formando). Ma soprattutto: ricucire lo strappo tra formazione e realtà; tra quello che impari e quello che puoi diventare.

Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, ha parlato di continuità, di determinazione. Parole istituzionali, certo. Ma non vuote. Federica Celestini Campanari ha insistito su un punto interessante: replicabilità. Non un progetto isolato, ma un modello esportabile.

E qui il discorso si fa serio.

Perché se davvero “Confluenze” funziona, allora non è più solo Cosenza. Diventa un linguaggio. Un modo di leggere territori fragili senza ridurli a problemi, ma trattandoli come sistemi complessi da attivare.

Ascoli ha vinto. Cosenza no. O meglio: non ufficialmente!

Ma ci sono vittorie che non stanno nelle classifiche. Stanno nelle possibilità che si aprono dopo. Nella capacità di essere raccontati, imitati, persino criticati.

E “Confluenze” ha questo potenziale strano: sta con i piedi ben piantati nella realtà, ma allo stesso tempo lascia spazio a interpretazioni, adattamenti, persino deviazioni. Non è rigido, non è chiuso. Scorre.

Perché l’acqua fa esattamente questo: non chiede permesso, non resta ferma, trova sempre una strada. E quando due correnti si incontrano, non si annullano. Si trasformano. Cambiano velocità, direzione, colore. Diventano altro.

È qui che il discorso si fa interessante. Non nell’idea di un’origine perfetta, isolata, quasi sterile. Ma nel momento in cui le differenze si toccano, si mescolano, a volte si scontrano — e proprio lì generano qualcosa di nuovo.

“Forse è tutto lì,” verrebbe da dire. In quell’istante preciso in cui i confini smettono di essere linee rigide e diventano zone di passaggio. Spazi vivi.

Quando due storie, finalmente, smettono di camminare parallele e iniziano, davvero, a costruire futuro insieme!

 

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