LAVORO, NO COOPTAZIONE PADRI-FIGLI

  ROSSANO (Cs), Lunedì 16 Aprile 2012 – Il posto dei padri ai figli? Ok ma occorre assicurare la meritocrazia. No al lascito per cognome o si tornerebbe al peggiore clientelismo che ha rovinato la Pubblica Amministrazione.  Caro Presidente SCOPELLITI, siamo d’accordo con Lei sull’idea di pensare ad un patto tra generazioni, con i padri che fanno un passo indietro e lasciano spazio alle nuove leve. Sarebbe un gesto nobile, forse, doveroso. I cinquantenni di oggi hanno goduto, per decenni, del privilegio di un posto fisso e ben retribuito. Ed hanno sperperato tale grande opportunità, lasciando in eredità alle nuove generazioni una pubblica amministrazione elefantiaca, inefficiente, fonte di sperperi e, purtroppo, molto spesso, corrotta. Un peso che grava sui cittadini e sulle imprese e che sta mettendo fortemente a rischio il futuro economico e sociale dei trentenni di oggi. Un passo indietro permetterebbe, quindi, ai trentenni di uscire dal precariato per inserirsi realmente nel mondo del lavoro, di apportare nuove e più aggiornate competenze, intelligenze e capacità. Di snellire, informatizzare, internazionalizzare e rendere più efficiente la macchina amministrativa. Lo scambio tra generazioni permetterebbe ai “giovani” di costruirsi un percorso professionale di lungo respiro ed ai “vecchi” di continuare ad assicurare il proprio bagaglio di esperienze, conoscenza tecnica e memoria storica. Il punto su cui ci sentiamo di dissociare fortemente, Gentile Presidente, è sul metodo della cooptazione padre-figlio basato unicamente sul vincolo di parentela. Un metodo che si è dimostrato fallimentare in passato e che finirebbe per accentuare le numerose inefficienze della P.A. Il ricambio generazionale deve invece avvenire sulla base del merito, attraverso lo strumento del concorso pubblico e di selettive prove d’esame strutturate su criteri europei, volti cioè ad individuare le qualifiche funzionali realmente necessarie per un servizio pubblico moderno ed efficiente. In altre parole, immaginare un’infornata di “figli di…” equivale ad invitare i giovani laureati a fare ancora una volta le valigie ed abbandonare la Calabria al proprio triste destino.

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