■Antonio Loiacono
Molto prima che esistessero le strade asfaltate, i camion per il trasporto del bestiame e persino l’idea stessa di turismo rurale, c’era già la “Ronza”!
E mentre Campana si prepara a celebrare, oggi e domani 7 giugno 2026, la 560ª edizione della Fiera della “Ronza”, vale la pena fermarsi un momento a osservare il lungo cammino che ha reso possibile questo straordinario traguardo. Perché dietro due giorni di incontri, esposizioni e tradizioni popolari si nasconde una vicenda che attraversa oltre cinque secoli di storia calabrese.
C’erano mandrie che risalivano lentamente i sentieri della Sila Greca. C’erano mercanti che percorrevano giorni di cammino per raggiungere un altopiano dove si compravano cavalli, si vendevano bovini, si concludevano affari e si intrecciavano relazioni destinate a durare una vita intera. C’era il brusio di centinaia di persone provenienti da territori diversi, il suono dei campanacci che si confondeva con le voci dei contrattatori, il profumo acre del fieno e della terra battuta.
Era la Fiera della “Ronza”!
Ancora oggi, quando ogni anno Campana rinnova questo appuntamento, pochi ricordano che non si tratta soltanto di una manifestazione tradizionale. La “Ronza” rappresenta una delle più antiche fiere agro-pastorali della Calabria e costituisce una rara testimonianza di continuità storica capace di attraversare oltre cinque secoli senza perdere il proprio significato identitario.
Le sue origini documentate risalgono al 1464. In quell’anno Ferdinando I d’Aragona, sovrano del Regno di Napoli, concesse all’Universitas di Campana il privilegio di tenere una fiera annuale. Una decisione che potrebbe apparire marginale agli occhi contemporanei ma che, nel XV secolo, possedeva un’importanza strategica enorme. La concessione di una fiera non rappresentava infatti una semplice autorizzazione commerciale: significava attribuire a una comunità una funzione riconosciuta all’interno della rete economica del Regno, attirando mercanti, allevatori e compratori provenienti da territori anche molto lontani.
In un’epoca in cui la ricchezza si misurava soprattutto attraverso il possesso della terra e del bestiame, la “Ronza” divenne rapidamente uno dei punti di incontro più importanti dell’entroterra ionico-calabrese.
Le fiere medievali non erano semplici mercati. Erano strumenti di sviluppo economico, nodi commerciali, occasioni di incontro tra comunità spesso separate da montagne, boschi e distanze che oggi sembrano insignificanti. Concedere una fiera significava riconoscere a un territorio una funzione economica e politica di rilievo.
La Calabria di allora era una terra complessa. Gli Aragonesi stavano consolidando il controllo del Regno e le aree interne della Sila costituivano un patrimonio fondamentale grazie ai pascoli, ai boschi e alle attività legate all’allevamento. Campana occupava una posizione particolarmente favorevole tra l’altopiano silano e la costa ionica.
Prima della viabilità moderna, una fitta rete di tratturi e percorsi pastorali collegava gli altopiani della Sila alle pianure costiere dello Ionio. Erano le strade della transumanza, percorse ogni anno da mandrie e greggi che si spostavano seguendo il ritmo delle stagioni. Lungo questi itinerari viaggiavano non soltanto animali, ma anche uomini, notizie, merci e consuetudini. La “Ronza” nacque e prosperò proprio all’incrocio di queste direttrici, diventando un nodo naturale tra la montagna e il mare.
Non è un caso che proprio qui si sviluppasse una manifestazione destinata a diventare un punto di riferimento per l’intero comprensorio.
Anche il nome della fiera continua a custodire una parte del suo fascino e del suo mistero.
Secondo una delle interpretazioni più accreditate, la denominazione deriverebbe dall’antica chiesa di Santa Maria de Runtia, menzionata in documenti ecclesiastici medievali e situata nell’area dove si sarebbero svolte le prime edizioni della manifestazione. Attorno a quel luogo di culto, oggi scomparso o comunque difficile da identificare con precisione, si sviluppò probabilmente un punto di incontro per pastori e viandanti che attraversavano la Sila Greca. Altri studiosi propongono invece origini linguistiche differenti, legate a termini dialettali riferiti alle sorgenti d’acqua o ai luoghi di sosta del bestiame.
Come spesso accade nelle vicende più antiche della Calabria, la documentazione storica e la tradizione orale finiscono per intrecciarsi senza lasciare una risposta definitiva.
Per secoli la “Ronza” fu il grande appuntamento dell’economia pastorale della Sila Greca. Qui arrivavano allevatori provenienti dall’entroterra cosentino, dalle aree del Marchesato crotonese e persino da territori oggi appartenenti alla Basilicata. Si commerciavano bovini, equini, ovini e prodotti agricoli. Si acquistavano utensili, si stipulavano accordi, si fissavano prezzi che avrebbero influenzato l’economia locale per mesi.
Molti affari non venivano neppure formalizzati sulla carta. Bastava una stretta di mano.
Attorno alla fiera prosperava un mondo che oggi sopravvive quasi esclusivamente nei racconti degli anziani. Le locande si riempivano. Le famiglie ospitavano parenti giunti da lontano. I venditori ambulanti esponevano merci provenienti da altre province del Regno. Per alcuni era l’occasione per fare commercio; per altri rappresentava il momento dell’anno in cui incontrare persone che non vedevano da mesi.
La fiera era mercato, ma anche socialità.
E chissà quanti affari memorabili sono nati proprio tra quelle contrattazioni. Le fonti non conservano il ricordo della compravendita più redditizia o del mercante che tornò a casa con le tasche più piene degli altri. La storia, del resto, raramente annota il prezzo di una stretta di mano. Eppure, per secoli, alla “Ronza” si decisero fortune familiari, si acquistarono mandrie destinate a moltiplicarsi negli anni successivi e si conclusero accordi che avrebbero influenzato l’economia di intere comunità.
Se esistette un “affare del secolo”, probabilmente si è perso nel tempo, confuso tra il rumore dei campanacci e le voci dei mercanti. Rimane però la certezza che, per generazioni, nessun altro luogo della Sila Greca concentrò tanto denaro, tante aspettative e tante opportunità quanto la “Ronza”.
C’è un dettaglio che sfugge spesso ai visitatori e che racconta molto dell’evoluzione della manifestazione. La fiera, infatti, non nacque nello stesso luogo in cui oggi si svolge.
Le testimonianze storiche e la memoria locale la collocano originariamente nell’area di San Pietro, un crocevia strategico attraversato dai percorsi della transumanza e dalle vie di collegamento tra Campana, Bocchigliero, Pietrapaola e la costa ionica. In quel punto convergevano uomini, animali e merci provenienti da territori diversi, rendendo naturale la nascita di un grande mercato periodico.
Solo successivamente la manifestazione venne trasferita più vicino all’abitato. Dietro quello spostamento si intravede l’interesse dei feudatari a esercitare un controllo più diretto sui traffici commerciali e sulle entrate economiche generate dalla fiera. Fu una scelta apparentemente pratica, ma capace di riflettere i mutamenti del potere e dell’organizzazione territoriale della Calabria tra tardo Medioevo ed età moderna.
Attraverso dominazioni, crisi economiche, guerre, emigrazione e trasformazioni profonde del mondo rurale, la “Ronza” ha continuato a esistere.
Ha visto scomparire i muli come principale mezzo di trasporto. Ha assistito all’abbandono di molti antichi mestieri. Ha osservato generazioni partire verso il Nord Italia, verso l’Europa e verso le Americhe. Eppure è rimasta.
Forse perché il suo significato non è mai stato esclusivamente commerciale.
La Fiera della “Ronza” rappresenta ancora oggi una sorta di archivio vivente della memoria collettiva di Campana. In un tempo in cui molte comunità faticano a riconoscersi nella propria storia, essa continua a raccontare l’origine di un territorio costruito sul lavoro dei pastori, degli allevatori e dei contadini.
Osservata da una prospettiva storica, la “Ronza” appare come molto più di una tradizione sopravvissuta al tempo. È una testimonianza concreta della geografia economica della Calabria medievale, quando i grandi movimenti della vita collettiva erano scanditi dai pascoli, dalle stagioni e dai lunghi percorsi della transumanza. Ogni edizione della fiera rinnova inconsapevolmente un legame che unisce l’attuale comunità di Campana a quel mondo antico fatto di allevatori, mercanti e viaggiatori che percorrevano le montagne della Sila quando il Regno di Napoli era ancora governato dagli Aragonesi.
Ogni anno migliaia di persone attraversano gli spazi della fiera. Alcuni arrivano per curiosità, altri per tradizione. Pochi, probabilmente, immaginano di camminare sulle tracce di una storia iniziata quando Cristoforo Colombo non aveva ancora attraversato l’Atlantico e Leonardo da Vinci era un giovane artista nella Firenze dei Medici!
La 560ª edizione, in programma oggi e domani, non rappresenta soltanto un appuntamento del calendario fieristico calabrese. È la conferma che una comunità è riuscita a custodire e tramandare un patrimonio immateriale che ha attraversato regni, dominazioni, crisi economiche, guerre e trasformazioni sociali senza perdere il proprio significato più profondo.
La “Ronza”, in fondo, è questo.
Non soltanto una manifestazione. Non soltanto una ricorrenza.
È il raro caso in cui una comunità riesce ancora a dialogare con il proprio passato senza trasformarlo in una semplice fotografia ingiallita. E mentre il mondo cambia velocemente attorno ai boschi della Sila Greca, quel dialogo continua.
Anno dopo anno.
Generazione dopo generazione!
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