LA CASSAZIONE RISCRIVE IL REFERENDUM: SALTA IL QUESITO, TRABALLA LA DATA DEL VOTO

Un’ordinanza della Suprema Corte accoglie il nuovo quesito referendario e fa decadere la precedente formulazione. Ora la consultazione resta sospesa, in attesa di una nuova data.

Antonio Loiacono

La prima reazione, nei corridoi dove il diritto pesa più delle dichiarazioni, non è stata l’entusiasmo né l’allarme. Piuttosto una pausa. Di quelle che arrivano quando una decisione sembra tecnica, ma porta con sé conseguenze che tecniche non sono affatto. L’ordinanza della Cassazione sul referendum sulla Giustizia si colloca esattamente lì: in quel punto ambiguo dove la forma giuridica smette di essere neutra e inizia a incidere sul tempo politico.

Il cuore della questione è noto, ma merita di essere guardato senza fretta. I magistrati dell’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione hanno accolto il nuovo quesito formulato dai quindici giuristi promotori della raccolta di oltre cinquecentomila firme. Con una conseguenza immediata e non secondaria: la formulazione precedente, quella cristallizzata nell’ordinanza del 18 novembre, viene dichiarata venuta meno. Archiviata. Sostituita.

Nel dispositivo non c’è enfasi, solo precisione. Si prende atto che il vecchio quesito non regge più e se ne formula uno nuovo, più dettagliato, più aderente al testo della riforma costituzionale. Vengono elencati, uno per uno, gli articoli della Carta interessati: dall’87 al 110, passando per l’architettura dell’ordinamento giurisdizionale e l’istituzione della Corte disciplinare. È una riscrittura che non cambia la sostanza politica della riforma, ma ne muta il profilo giuridico. E questo, in un referendum, non è mai un dettaglio.

La macchina istituzionale viene subito allertata. Quirinale, Camere, Palazzo Chigi, Consulta: tutti informati, formalmente e senza indugi. Anche i promotori della richiesta referendaria e i delegati parlamentari ricevono notifica. È il segno che la Cassazione considera il passaggio concluso sul proprio piano. Ma ciò che si apre ora non è una fase di stabilità. Al contrario.

Perché quando cambia il quesito, inevitabilmente torna a oscillare il calendario. La legge impone cinquanta giorni di campagna referendaria. Se il testo sottoposto agli elettori viene modificato, c’è chi sostiene che debba essere emanato un nuovo decreto di indizione. E se così fosse, il conto ripartirebbe da capo. Con uno slittamento che, tra festività pasquali e vincoli organizzativi, porterebbe il voto almeno un paio di settimane più avanti rispetto al 22 e 23 marzo fissati dall’esecutivo.

È qui che il diritto smette di parlare con una sola voce. Gli esperti si dividono, con argomentazioni che hanno tutte una loro coerenza interna. Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare, invita alla cautela: il referendum è già stato indetto per decreto, osserva, e l’aggiornamento del quesito non richiederebbe un nuovo atto formale. La data, in questa lettura, resterebbe intatta. Il cambiamento sarebbe reale ma circoscritto, privo di effetti sul calendario.

Michele Ainis guarda la stessa scena da un’angolazione diversa. Se la Cassazione ha ritenuto necessario tornare sui propri passi e rimodulare il quesito, sostiene, allora la data incorporata nel decreto non può restare indenne. Deve slittare. E se non lo farà, si aprirà lo spazio per un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, sollevato proprio dai promotori delle firme.

Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte costituzionale, richiama un precedente lontano, risalente ai tempi dei referendum radicali. Anche allora si tentò la strada del conflitto, senza successo. A rigore di diritto, dice, la data dovrebbe restare la stessa: basterebbe un decreto integrativo, perché la modifica è formale, non sostanziale. Una distinzione sottile, ma decisiva.

Intanto la politica osserva. Qualcuno sospetta che l’obiettivo reale dei ricorrenti sia guadagnare tempo, offrendo più spazio al Comitato del No per spiegare le proprie ragioni. Altri respingono l’idea di una manovra e rivendicano una scelta di rigore giuridico, necessaria per evitare un referendum vulnerabile, esposto a contestazioni successive. È difficile stabilire dove finisca il calcolo e dove inizi la convinzione. Forse perché, in questa fase, le due cose si sovrappongono.

Resta un dato che colpisce chi ha memoria istituzionale: una modifica del quesito con la campagna referendaria già in corso non ha precedenti. È un unicum, almeno nella prassi recente. E come spesso accade nei casi senza precedenti, non esiste una soluzione che si imponga da sola. Esistono solo interpretazioni, equilibri, scelte che verranno giudicate dopo.

Per ora il referendum resta sospeso in una zona grigia. Il testo è nuovo, la legittimazione c’è, la data no. O meglio: c’è, ma potrebbe non bastare. E in questo spazio incerto, dove il diritto ha parlato ma non ha chiuso la partita, si misura ancora una volta la fragilità del tempo democratico. Non quello delle scadenze, ma quello della comprensione. Perché cambiare una parola, a volte, significa cambiare il momento in cui un Paese è chiamato a decidere. E non sempre ci si accorge subito di quanto questo conti davvero.

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