IL VUOTO E LA RETORICA DEL BAVAGLIO

Vorrei, come Zarathustra, salire sulle vette dei monti più alti e ridere di tutte le tragedie, finte e vere; ma un po’ la mia ormai veneranda età – circa milleseicento anni -, un po’ il mio difetto più tenace – l’altruismo -, mi fanno indugiare, prima di intraprendere l’ascesa. Mi attarda lo spettacolo antropologico di “varia umanità” che da anni imperversa in questa “valle di lacrime” e che m’induce ad alcune considerazioni. In essa l’esemplare che, più di ogni altri, abbisogna, di un’analisi finalmente rivelatrice è, senz’altro, lo pseudo giornalista. Vi sono alcuni soggetti che nel tentativo di vestire i panni del giornalista inverano un balenante aforisma di Karl Kraus, secondo il quale ciò che fa di “uno” un giornalista è … non avere un pensiero e saperlo esprimere. E’, poi, rarissimo il caso in cui l’esemplare non solo non ha un pensiero, ma si ostina anche a esprimerlo pur difettando sia d’oratoria, sia d’ortografia e grammatica! Gli effetti esilaranti di quest’ostinazione sono assicurati quando essa – magari per contiguità servile con il Potere – infuria per decenni in una altrimenti soporifera cittadina. Ma oltre al caso dell’inveterato distruttore della madre lingua non manca (e non poteva mancare) quello di colui che, dondolandosi sulle nuvole di una perenne ubriacatura (spesso non solo intellettuale), parafrasando ancora una volta Karl Kraus, “… scrive perché non ha niente da dire e ha qualcosa da dire perché scrive”; magari rubacchiando (tanto per non perdere il vizio!) una frase particolarmente suggestiva qua e là. A questo punto, la preoccupazione di questi pseudo giornalisti sembrerebbe, ovviamente, quella di riempire il vuoto di pensiero. In realtà essi devono riempire un vuoto ben più grande, quello esistenziale, magari causato da un pensionamento mal vissuto, o dal dramma di un licenziamento senza preavviso per essere stati colti con le mani nel sacco a rubare proprio ai pensionati. Si adattano, perciò, a un’esistenza parassitaria. Il loro habitat ideale è la lotta tribale per il potere, ove trovano terreno fertile e attecchiscono con particolare forza in tutte le stagioni della politica. Anche questo, però, non serve ad estinguere la loro necessità di coincidere con un’identità, con un’idea, con uno straccio di bandiera al vento, comunque con qualcosa che riempia in qualche modo quel vuoto. Esaurita la spinta del rancore a prestito, continuano ad essere mossi da un disturbo ossessivo che li conduce ad avere come fissazione il “soggetto” della propria ossessione che, in un “ribaltamento ottico” pirandelliano, diventa suo malgrado il persecutore del soggetto ossessionato. Pur di imperversare con la contumelia e la demolizione della persona s’inventano, a volte, una pseudo satira che altro non è se non insulto puro, immotivato e staccato da ogni minima contestualizzazione. Aspettano la reazione della vittima di turno per innescare sfacciatamente la “retorica del bavaglio”, ergendosi, da volgari diffamatori quali sono, a pseudo paladini di quella libertà d’informazione che loro per primi calpestano quotidianamente. Il gioco è, però, scoperto e ormai sbugiardato. Ciò non fa altro che alimentare il loro livore e la loro malevolenza. Di conseguenza, si ritrovano chiusi in una morsa patologica che li devia dalla realtà e così continuano a proiettare nel vuoto le proprie insofferenze, frustrazioni, delusioni, inadeguatezze, meschinerie, in sintesi la propria disfatta umana. Le loro farneticazioni mentali li costringono a soddisfare il bisogno spasmodico di distruggere ed annientare la “fonte” del loro malessere interiore, non essendo in grado di produrre pensieri positivi o costruttivi. A essi può andare soltanto la nostra indifferenza, non prima dell’ ultimo sguardo compassionevole di chi sa e conosce, di chi vuol costruire, di chi si volge all’ascesa.

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