IL RE È MORTO, VIVA IL RE

Se credessimo nel destino vedremmo un segno nel fatto che nello stesso giorno in cui è morto Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997,  lo stesso premio per il 2016 sia stato assegnato a Bob Dylan. Per entrambi il mondo della cultura accademica, ovunque nel mondo, ha storto il naso: che c’entrano loro, hanno detto i sacerdoti delle sacre tradizioni, con la Letteratura, quella che coltiviamo noi, quella con la L maiuscola?

Intendiamoci: l’Accademia di Stoccolma non è la portatrice della Verità, e non di rado nel decidere a chi assegnare i premi Nobel ha fatto scelte discutibili, quando non palesemente sbagliate,  soprattutto nell’assegnare i premi per la Pace e per la Letteratura.

Quando si parla di fisica, chimica e medicina i parametri di giudizio sono relativamente più comprensibili: in questi campi si parla di fatti e risultati oggettivamente misurabili; ma già quando si parla di economia, la faccenda diventa più complicata, perché si sa che di solito gli economisti sono molto bravi a spiegare dopo i fenomeni che non hanno saputo prevedere prima.

Però è  quando si parla di Pace e Letteratura che il terreno diventa minato, perché là i parametri oggettivi non esistono. Sono centinaia, nel mondo, gli operatori di pace, e migliaia gli scrittori e i poeti. Per il Nobel per la Pace, come se non bastasse, spesso nella scelta pesano valutazioni politiche contingenti; e la politica, oltre alla moda, non di rado mette lo zampino anche nelle valutazioni per il premio alla Letteratura: Boris Pasternak, per esempio, fu sicuramente un grandissimo narratore e poeta: ma il sospetto che il Nobel gli sia stato assegnato per far dispetto al Politburo dell’URSS non è del tutto infondato.

Però i premi a Dario Fo nel 1997 e quello a Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, quest’anno,  trovo siano decisamente azzeccati, che ad Alessandro Baricco piaccia o no.

L’Accademia delle Scienze di Stoccolma, assegnando diciannove anni fa il premio al giullare italiano e al menestrello statunitense oggi, ha lanciato un segnale che magari infastidisce i parrucconi legati alle forme e alle tradizioni del passato, ma che mostra quanto in realtà essa sia lungimirante e aperta, e capace di interpretare l’evoluzione della società e dei costumi, e quindi anche della cultura.

L’Accademia delle Scienze, nel 1997 e oggi, ha mostrato al mondo che la cultura non è solo quella spesso sclerotica delle élite, chiuse nelle loro torri d’avorio e gelose delle proprie prerogative: cultura è soprattutto capacità creativa, e la capacità creativa è insofferente di steccati e sbarramenti. Essa si esprime nei modi più inaspettati e dona all’umanità i suoi frutti infischiandosene dei limiti che vorrebbero imporle gli autoeletti suoi custodi, che credono di proteggerla e invece la soffocano.

Fuori da quei limiti nascono in Italia, ad esempio, oltre a Dario Fo, i Fabrizio de Andrè e i Francesco De Gregori; nel mondo francofono i Jacques Brel  e i Gilbert Becaud, e negli Stati Uniti i Bruce Springsteen e i Bob Dylan.

Sempre, i nuovi creatori e i nuovi linguaggi, sono stati invisi ai custodi della tradizione, troppo spesso in realtà cultori del proprio ombelico e strangolatori della vera cultura, che è per definizione insofferente di vincoli e laccioli.

Bisogna rendere atto  alla Reale Accademia delle Scienze di Stoccolma di essere capace di andare oltre gli schemi e di vedere il genio e la creatività anche al di fuori degli steccati, rassicuranti ma opprimenti, degli angusti mondi accademici.

Gli uomini passano, ma se sono grandi quel che hanno fatto resta, lascia il segno e aiuta le generazioni successive a vivere, gioire e soprattutto a pensare.

Dario Fo, non solo metaforicamente, passa oggi il testimone a Bob Dylan: la loro opera stimola, disturba, diverte, emoziona, commuove, genera domande e inquietudini. In altri termini, la loro opera è cultura.

Dunque grazie, Dario, grazie Bob.

Giuseppe Riccardo Festa

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