IL PONTE CHE NON DOVEVA CEDERE!

Longobucco, dopo il crollo del viadotto “Ortiano II” la Corte dei conti contesta un danno erariale da oltre 4,5 milioni: sotto l’acqua del torrente, ora, affiorano le scelte progettuali e i nodi mai sciolti delle opere pubbliche

Il viadotto "Ortiano II" crollato

Antonio Loiacono

Ci sono ponti che crollano all’improvviso. E poi ci sono quelli che, a guardarli bene, avevano cominciato a cedere molto prima — nei fogli, nelle scelte, nelle firme apposte in calce a un progetto.

Il viadotto “Ortiano II”, a Longobucco, si è spezzato il 3 maggio 2023. Una campata giù. Il torrente in piena sotto, le immagini che hanno fatto il giro dei telegiornali, la solita parola che rimbalza nei primi lanci d’agenzia: maltempo. È sempre il maltempo, all’inizio. Poi, quando l’acqua si ritira, resta altro. Restano le carte.

La Procura regionale della Corte dei conti della Calabria oggi parla di un presunto danno erariale da oltre 4,5 milioni di euro. Non è solo una cifra. È la misura contabile di un errore tecnico che, secondo le indagini della Guardia di Finanza di Catanzaro, avrebbe radici precise: un difetto di progettazione e realizzazione.

La storia parte da lontano, dal 2005. L’appalto integrato per il IV lotto della Strada Statale Mirto-Longobucco-Sila — sei viadotti complessivi — viene affidato dalla Comunità Montana “Sila Greca/Destra Crati”. Progetti, varianti, stati di avanzamento. Un’opera che nasce sulla carta con fondazioni “indirette”, sorrette da micropali profondi, capaci di ancorarsi al terreno con una logica strutturale pensata proprio per resistere alle sollecitazioni di un alveo fluviale.

Poi qualcosa cambia.

Nelle fasi successive, sostengono gli investigatori, quelle fondazioni diventano “dirette”: poggiate sul terreno, anche in corrispondenza dell’alveo del fiume. Una scelta che, tradotta in termini meno tecnici, significa affidarsi alla superficie dove sarebbe stato necessario cercare profondità. Il risultato, ricostruisce la Finanza, è stato lo scalzamento delle pile durante la piena. L’acqua ha fatto il resto. Ma l’acqua, da sola, non progetta.

Il 3 maggio di tre anni fa il torrente era gonfio per le piogge abbondanti. Non un evento tropicale, non un fenomeno mai visto. Pioggia. In Calabria, in primavera. La pila ha ceduto, la campata è collassata. E un’infrastruttura strategica per l’entroterra silano è rimasta monca, simbolo improvviso di una fragilità che non riguarda solo il cemento.

Oggi l’atto di citazione della Procura contabile chiama in causa quattro figure chiave: il responsabile unico del procedimento, il direttore dei lavori già progettista del definitivo, due componenti della commissione di collaudo. Professionisti con carriere lunghe, nomi noti nel territorio. A loro viene contestato un danno erariale quantificato in 4.789.765,79 euro, oltre accessori e spese.

La giustizia contabile farà il suo corso. Stabilire responsabilità individuali richiede prudenza e tempo; ogni atto di citazione non è una sentenza. È un’accusa che dovrà essere discussa, argomentata, eventualmente respinta. Ma intanto resta una constatazione più ampia, che non appartiene solo alle aule di giustizia.

Quando un’opera pubblica crolla, crolla un pezzo di fiducia. Non è retorica: è un fatto sociale. Per anni quel viadotto ha collegato comunità, ha sorretto traffico, ha dato l’illusione della solidità. Poi un giorno viene giù e ci si accorge che sotto il calcestruzzo c’era una scelta tecnica diversa da quella originaria. Una modifica che può sembrare dettaglio per addetti ai lavori, ma che diventa decisiva quando l’acqua preme.

Longobucco non è una metropoli. È un paese dell’entroterra, abituato a misurare le distanze in curve e tornanti. Ogni infrastruttura pesa il doppio, perché l’alternativa spesso non c’è. Il crollo del viadotto “Ortiano II” non è stato soltanto un episodio ingegneristico: ha inciso su mobilità, economia, quotidianità. Ha ricordato che nelle aree interne l’errore non è mai neutro.

C’è un passaggio, nelle ricostruzioni tecniche, che colpisce più di altri: fondazioni previste indirette, realizzate dirette. Una differenza lessicale, in apparenza. In realtà una scelta strutturale. È lì che si gioca la partita tra progetto e realtà, tra carta e cantiere. Ed è lì che, secondo l’accusa, si annida l’origine del cedimento.

Il ponte è caduto in pochi secondi. Le responsabilità — se verranno accertate — si misurano in anni.

Resta una domanda, che va oltre questo caso specifico: quanto pesa, nel sistema delle opere pubbliche, la distanza tra ciò che viene progettato e ciò che viene realizzato? E quanto controllo effettivo esiste su quel passaggio? Non è un interrogativo accusatorio. È un dubbio necessario.

Perché un ponte non è soltanto un’opera d’arte stradale. È un patto tra chi progetta, chi costruisce e chi attraversa. Quando quel patto si spezza, non basta ricostruire la campata. Bisogna ricostruire la credibilità.

Il viadotto “Ortiano II” oggi è una ferita visibile nel paesaggio della Sila Greca. La giustizia contabile proverà a stabilire il costo economico del suo crollo. Il costo civile, quello, resta più difficile da quantificare. E forse è il più alto.

 

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