Nella foto il Sig. Pucci esibisce in primo piano la parte di sé che, evidentemente, ritiene più significativa e atta a definire la sua personalità. Diciamoci la verità: se c’è qualcuno che dal gran polverone sollevato dal caso che lo riguarda sta traendo un grande vantaggio, quel qualcuno è proprio Andrea Pucci (o come si chiama, visto che, ho letto, questo in realtà è un nome d’arte). Come moltissimi, io fino a che il polverone non s’è alzato, questo signore manco sapevo che esistesse; ma siccome la gente coltiva il gusto dell’orrido e del ripugnante, sono sicuro che ai suoi spettacoli che già, a quanto leggo, avevano molto successo, l’afflusso sarà ancora maggiore.
Non starò, qui, a disquisire sul doppiopesismo di una certa parte politica che grida alla censura se un suo beniamino, specialista dell’insulto e della volgarità, fa l’offeso quando viene ripagato con la stessa moneta; quella stessa parte politica la cui leader anni fa ha aspramente criticato, lamentando fra l’altro la mancanza di un contraddittorio, Rula Jebreal che dal palco dell’Ariston aveva pronunciato un appassionato monologo contro la violenza di genere, leader, ancora, che ha querelato quattro o cinque fra comici e giornalisti che hanno osato non insultarla ma semplicemente criticarla.
Vorrei piuttosto condividere la mia opinione sulla differenza che corre fra umorismo, comicità, satira e buffoneria, richiamandomi a una riflessione che pubblicai tempo fa in una mia raccolta di saggi, “Poesia, musica, libri e altri vizi” (perdonate la vanità e l’autopromozione), perché c’è una gerarchia anche fra le cose che fanno (o ambiscono a far) ridere, e bisogna dunque distinguere fra umorismo, comicità, satira e buffoneria; il confine spesso è sfumato, ma una classificazione è comunque possibile.
L’umorismo, fra le cose che fanno ridere, è la più nobile. Ne troviamo esempi nella letteratura più alta, da Giuseppe Parini (“Il Giorno”) ad Alessandro Manzoni (in certe pagine de “I Promessi Sposi”), da Giovanni Boccaccio a Ludovico Ariosto a Luigi Pirandello (autore, oltre che di “La Giara”, di un importante saggio sull’argomento) Umberto Eco, e perfino in Giacomo Leopardi (se non ci credete leggete il suo “Scherzo” o, nei “Pensieri”, la massima “Nessun maggior segno d’esser poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita”). Esempi di umorismo più vicini a noi li troviamo, ad esempio, negli indimenticabili Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Walter Chiari e Massimo Troisi e poi in Neri Marcorè, Corrado Guzzanti, Marco Presta e Antonello Dose, Renzo Arbore: mai volgare, spesso spiazzante e paradossale, più che al riso l’umorismo invita al sorriso rivolgendosi all’intelligenza e al senso dell’ironia dell’interlocutore, nel quale dà per scontato un minimo di profondità culturale e di ironia.
La comicità si muove su un gradino un tantino inferiore e non teme di ricorrere a una blanda volgarità, ma come l’umorismo non è mai insultante. Cito ad esempio i fratelli De Rege, Luciana Littizzetto, Nino Frassica, il mago Forest e Caterina Guzzanti.
Fra l’umorismo e la comicità si colloca la satira (che è cattivella ma non cattiva), che quando eccede sfocia nel sarcasmo (che è feroce e spietato), ed è legata a fatti di costume ed eventi legati alla cronaca del momento anche se talvolta sopravvive ne secoli, come ad esempio nelle commedie di Molière e ancor di più in quelle di Aristofane, le cui motivazioni e il cui senso reali sono comprensibili solo ai topi di biblioteca che si sono bucati gli occhi sulla storia dell’Atene di Pericle, ma sono lo stesso divertenti anche per i comuni mortali come me e come voi. Satira fanno, ad esempio, Daniele Luttazzi, Maurizio Crozza, la già citata Luciana Littizzetto, il duo Luca e Paolo, Sabina Guzzanti, Saverio Raimondo e Antonio Albanese.
Infine, ci sono i buffoni, non nel senso dei clown (una specie in via di estinzione), ma di quei soggetti che per far ridere ricorrono alla battutaccia, all’insulto greve, al riferimento scatologico, allo sghignazzo sessuale, al “body shaming”, alla volgarità come sostanza del discorso, spacciando magari il tutto per satira, ma dimenticando che la satira è tale, se è rivolta ai potenti e ai loro comportamenti, non al loro aspetto, e ogni altra forma di lazzo si definisce, semplicemente, “insulto”.
Tornando al casus belli e tenendo conto degli exploit e della natura e qualità delle battute di questo Andrea Pucci, di cui i giornali hanno fornito un significativo repertorio (battute che per rispetto verso la testata che mi ospita non sto qui a citare), alla luce delle riflessioni che precedono bisogna decidere se costui vada collocato nella categoria degli umoristi, dei comici, dei comici satirici o in quella dei buffoni. Io un’idea me la sono fatta, ma non la dico.
Però sono sicuro di non sbagliarmi se penso che i miei lettori siano assolutamente d’accordo con me.
Giuseppe Riccardo Festa
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