IL MINISTRO SALVINI INSULTA I TOSSICODIPENDENTI MA DIMENTICA DI GUARDARSI ALLO SPECCHIO

Il vice Premier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, alla Fiera di Cagliari per la chiusura della campagna elettorale a sostegno di Paolo Truzzu, Cagliari, 21 Febbraio 2024. ANSA/ FABIO MURRU

Colto da uno dei suoi ricorrenti raptus di logorrea politica, di quelli che poi lasciano il segno, il senatore, ministro e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini non ha voluto perdere l’occasione, durante il comizio finale della campagna elettorale sarda, per lanciare dalla tribuna un anatema contro chi fa uso di stupefacenti, dichiarando testualmente che “chi si droga è un coglione”.

“Come è umano, lei!” avrebbe esclamato il mitico rag. Fantozzi nel sentire l’enunciazione di una così perentoria definizione. Quel rag. Fantozzi che era il parto del genio di Paolo Villaggio, il quale per anni ha dovuto far fronte alla tragedia di avere in famiglia un tossicodipendente e che per anni ha lottato per aiutarlo a uscirne.

Non ha pensato nemmeno un minuto, Matteo Salvini, alle condizioni psicologiche, ai condizionamenti ambientali, ai problemi relazionali, alla fragilità caratteriale che possono trascinare una persona lungo il piano inclinato che poi porta alla tossicodipendenza.

E menomale che Matteo Salvini è – cioè, dice di essere – un fervente cristiano, e lo dimostra – cioè, crede di dimostrarlo – con frequenti sventolamenti di rosari e sbaciucchiamenti di vangeli. Se li leggesse, quei vangeli, invece di sventolarli, scoprirebbe che c’è scritto “Non giudicate se non volete essere giudicati”, e anche di amare il proprio prossimo, non di insultarlo.

Le sentenze di Matteo Salvini appartengono alla categoria delle affermazioni che il geniale Fortebraccio, grande corsivista de “L’Unità” dei tempi gloriosi, avrebbe senza dubbio incluso nella grande famiglia delle “fregnacce perentorie”.

Dal basso della sua incontestabile incompetenza (fra l’altro) in campo sociologico, Matteo Salvini non ha esitato a esprimere un giudizio che certamente, tra un bicchiere di rosso, una fetta di lugànega e un rutto, ha maturato durante le conversazioni con i suoi sodali nelle taverne padane, quelle in cui un tempo intonava la famosa strofa del canto patriottico “Senti che puzza, scappano anche i cani / stanno passando i napoletani”.

Altri tempi. Erano i tempi in cui Matteo Salvini tifava contro la Nazionale di calcio italiana, in cui dichiarava che “la Padania non è Italia”, che “Roma è ladrona”. Poi, si sa, dal barbera è passato al mojito, la sua visione si è allargata, le sue ambizioni pure, dalla divisione dell’Italia è passato all’unione della Sicilia con la Calabria, ha maturato anche una visione internazionale della politica ed ha esibito la sua ammirazione per Donald Trump, Vladimir Putin, Viktor Orban, Nigel Farage, Marine Le Pen.

Qualcuno potrebbe pensare che Matteo Salvini è un cincinino incoerente, ma si sbaglierebbe. In realtà Matteo Salvini, poveretto, non fa che subire la tragica dipendenza da cui è affetto. Una dipendenza tremenda, tale da indurlo, forse qualcuno se lo ricorda, a provocare la caduta di un governo di cui faceva parte dichiarando un giorno – dall’improvvisata tribuna di un chiosco di disk-jockey presso uno stabilimento balneare, esibendo impavido il torace e l’addome nudo, non esattamente apollinei – dichiarando, dicevo, che bisognava tornare alle urne onde il popolo osannante potesse eleggerlo a capo del governo ed egli potesse assumere i pieni poteri.

Matteo Salvini, in conclusione, è bulimico. Lo tormenta e lo pungola la bulimia di potere, una smania incontrollabile di comandare, di decidere, di fare e di disfare motivata dalla convinzione di tutto sapere e tutto capire e quindi dalla smania di tutto volere.

È una droga, anche questa, e i suoi effetti non sono meno perniciosi di quelli provocati di alcool, cocaina, eroina e altre consimili sostanze. Direi anzi, pensando alle conseguenze della bulimia di potere di personaggi come Hitler, Stalin, Mussolini, Mao, Pol-Pot e dei viventi Trump, Netanyahu e Putin, che questa è una droga molto, ma molto più pericolosa di qualunque alcaloide o sostanza sintetica.

Dalla dipendenza dalle altre droghe, infatti – a fatica, certo, e con immense sofferenze – si può alla fine guarire; ma dall’arroganza, dalla presunzione di superiorità, dalla pretesa di giudicare senza appello il proprio prossimo, non si esce.

Non vale nemmeno la patetica illusione, tipica degli altri drogati, che fa loro dire “smetto quando voglio”. Di smettere, infatti, a chi smania per il potere non gli passa purtroppo nemmeno per l’anticamera del cervello.

Giuseppe Riccardo Festa  

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