Il furto della felicità: Ciao Michele.

Chiedo scusa per questo articolo che giunge dopo un paio di giorni dal tragico accaduto; qualcuno penserà ad una reazione a scoppio ritardato. In realtà, avevo bisogno di un po’ di tempo per riflettere e metabolizzare, anche se metabolizzare una cosa come questa in pochi giorni, risulta quasi una bestemmia; ma proprio non trovavo le parole giuste. A volte capita: l’ovvietà è difficile da esprimere a parole; è più semplice, invece, discutere di argomenti complessi perché tutti abbiamo un opinione ben precisa, definita, sfacciatamente sicura. In questo caso, invece, ci sarebbe tanto da dire; così tanto che non si sa da dove iniziare, esattamente, con quali parole ( esistono davvero, delle parole?!) e soprattutto cosa estrapolare da poche righe che mi feriscono come una lama tagliente che arriva dritta al cuore, senza anestesia e senza nemmeno antidolorifici.

Se qualcuno, ancora, non ha capito a quali righe mi riferisco allora ve lo spiego in poche, semplici parole: la mano che ha scritto quella lettera, pubblicata da quasi tutti i giornali e quotidiani online, è quella di uno di noi. Esatto, di un ragazzo come noi. Trent’anni, un futuro che si fa fatica ad immaginare, la frustrazione e la rabbia per un Italia in cui non riesci a trovare nemmeno un posto in seconda classe e un carattere anticonformista e estremamente radicale che non ce la fa, proprio non ce la fa, a adattarsi e specchiarsi in un mondo fatto di poco, davvero di poco.

Ci sono alcune frasi, più di altre, che mi hanno colpita della lettera di Michele; forse perché sono quelle che, ultimamente, mi pongo anche io nella mia condizione di neolaureata disoccupata e incapace di programmare, che dico immaginare, i suoi prossimi venti giorni. “Le domande non finiscono mai, ed io di sentirne sono stufo; e sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di colloqui di lavoro inutili, stufo di INVIDIARE, stufo di chiedermi CHE COSA SI PROVA A VINCERE, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di illudermi, di ESSERE MESSO DA PARTE E SENTIRMI DIRE CHE LA SENSIBILITA’ E’ UNA GRANDE QUALITA’.”

Un colpo al cuore. Lo ripeto: queste parole contengono una verità quasi paragonabile a quella banalmente certificata che per fare un buon piatto di pasta c’è bisogno di una pentola, dell’acqua che bolle e della pasta rigata. “Tutte balle!” –  continua Michele – “Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione che […] sbeffeggia le ambizioni, insulta le ambizioni. Non la posso riconoscere come mia.”

Da queste parole si denota sicuramente un carattere tanto ormai inquieto, quanto anticonformista; Michele non ci crede, non riesce proprio a credere che il mondo ai suoi occhi fosse lo stesso di cui qualche anno prima pregava di poter farne parte. Pregare un Dio che ci assista, che ci protegga, che ci eviti malanni, di non essere colpiti da chissà quale improvvisa malattia: e poi ritrovarsi, invece, incastrati proprio in quel mondo che rappresenta, ormai, la peggior galera giovanile mai immaginabile. Pazzesco, assurdo.

“Non ci sono le condizioni per impormi e io non ho i poteri o i mezzi per crearle; […] non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, PER AVERE LO SPAZIO CHE SAREBBE DOVUTO, O QUELLO CHE SPETTA DI DIRITTO, CERCANDO DI CAVARE IL MEGLIO DAL PEGGIO CHE SI SIA MAI VISTO PER AVERE IL MINIMO POSSIBILE.” C’è, davvero, amici miei, margine per replicare a parole come queste? Trovatele voi; le mie, come canta qualcuno, si sono perse chissà dove.

Nella parte finale della sua lettera Michele invoca la liberà, parola tanto cara a tutti noi: “Sono entrato in questo mondo da persona libera e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’.” Accostare la libertà al suicidio mi pesa, mi pesa terribilmente per una serie di cose; io non riesco, la mia mente e il mio cuore soprattutto non mi permette, nemmeno lucidamente, di poter lontanamente capire questa scelta, nonostante condivida le cupe considerazioni di Michele.

“Di no come risposta non si vive” – conclude Michele – “di no si muore. […] DENTRO DI ME NON C’ERA CAOS. DENTRO DI ME C’ERA ORDINE. QUESTO NON E’ UN INSULTO ALLE MIE ORIGINI, MA E’ UN ACCUSA DI ALTO TRADIMENTO.” E poi, Michele, quasi senza rendersi conto che stava per tralasciare la parte più importante, scrive: “Perdonatemi, mamma e papà, se potete. Ora sono di nuovo a casa; ora sto di nuovo bene.”

Caro Michele,

Credo che il cuore di due genitori non potrà mai arrendersi, mai cedere, al perdono; non in questo caso. Perché perdonare è sinonimo di scusare, capire, comprendere; il perdono presuppone una tacita accettazione. Perdonarti, in questo caso, significherebbe fingere di capire, significherebbe accettare quasi con “filosofia”o con “razionalità” una cosa così innaturale come perdere una parte di te.

E nemmeno io, nemmeno noi, altri disperati come te, possiamo perdonarti. Perché se è vero che esiste la libertà e il libero arbitrio, è vero anche che esiste una cosa chiamata vita che, per quanto ospiti possa farci sentire in casa nostra, è comunque sacra. Avresti potuto combattere, se non per te almeno per chi cerca disperatamente un barlume di speranza attaccato ad una macchina; per chi piange e prega nella sala d’aspetto di un ospedale, per chi attende ansiosamente la telefonata che potrebbe ridargli la vita, per chi patisce la fame nell’innocenza dei suoi anni, nato non solo in povertà ma anche in un mondo che non accenna a migliorare, a evolversi.

Avresti potuto provarci; non dovuto, ma potuto sì. Ti saresti gettato nella mischia dei precari come me, come noi; ti saresti unito alle nostre lamentale nel bel mezzo della fila per un colloquio di lavoro, nella fredda Milano e avremmo scherzato ironicamente su una condizione su cui ci sarebbe solo da piangere. Ma adesso, almeno, potresti vedere la bellezza di un tramonto in riva al mare.. che, forse, è una delle poche cose che ferma il tempo, annulla i pensieri, ridà speranza..almeno per pochi minuti.

Ciao Michele,

Con gli occhi lucidi e la pelle d’oca, ti auguro la pace eterna.

Elisa Agazio

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