IL DEBITO NEI VICOLI!

Quando la rottamazione diventa una scelta di coscienza

Antonio Loiacono

Nei piccoli Comuni il fisco non è un’entità astratta. Non è un algoritmo, non è una sede distante. È una busta verde infilata sotto la porta. È una cifra che rimbalza tra la cucina e il tavolo dove si fanno i conti a fine mese.

IMU, TARI, multe. Tributi che, presi singolarmente, possono sembrare sostenibili. Ma quando si sommano nel tempo – una scadenza saltata, un lavoro perso, un’attività che chiude, una malattia improvvisa – diventano una valanga silenziosa. E nei centri più piccoli quella valanga non fa rumore mediatico: scorre nelle case, accumula ansia, genera rinunce.

La Legge di Bilancio 2026 ha aperto uno spiraglio: ha riconosciuto alle amministrazioni locali la facoltà, e non l’obbligo, di avviare la rottamazione quinquies delle somme dovute per i tributi locali, come IMU, TARI canoni, multe e ogni altra entrata non riscossa da parte dell’ente. Non un condono generalizzato, ma uno strumento discrezionale. 

E qui sta il punto.

Perché in una stagione in cui intere famiglie faticano oggettivamente a sostenere il carico fiscale locale, questa non è soltanto una leva contabile. È una scelta sociale.

Non tutti i Comuni hanno imboccato questa strada. Pochi, finora, hanno avviato concretamente le procedure necessarie per permettere ai cittadini di sanare la propria posizione in modo sostenibile. Tra questi, realtà come Cariati e Corigliano-Rossano hanno dato un segnale chiaro: provare a trasformare un meccanismo tecnico in un atto di responsabilità comunitaria.

Non si tratta di “premiare chi non paga”. Si tratta di distinguere tra evasione strutturale e difficoltà reale. Tra chi sottrae per scelta e chi accumula per necessità.

Nei piccoli centri la crisi ha un volto riconoscibile. È il commerciante che ha chiuso dopo trent’anni. È il lavoratore stagionale con mesi di vuoto. È la famiglia monoreddito che si trova a rincorrere arretrati sempre più gravosi. Quando sanzioni e interessi si stratificano, il debito non cresce solo in termini monetari: cresce in distanza psicologica, in senso di esclusione.

La normativa è complessa, certo. Esistono limiti oggettivi: le cartelle già affidate all’Agenzia delle Entrate Riscossione non possono essere rimaneggiate dal Comune; la quota capitale resta intatta; alcune componenti, come parti dell’IMU per specifici immobili, non sono nella piena disponibilità dell’ente locale. I bilanci sono stretti, i vincoli contabili severi.

Ma proprio dentro questi vincoli si misura la qualità della politica.

Un’amministrazione locale non è soltanto un soggetto che incassa. È una comunità che decide come governare l’equilibrio tra entrate e coesione sociale. In un tempo di impoverimento diffuso, ignorare la possibilità di una definizione agevolata significa lasciare che il debito diventi cronico, inesigibile, sterile.

Meglio un rientro sostenibile che una montagna di crediti destinati a restare sulla carta.

Serve coraggio amministrativo. Serve uno sguardo che non si limiti al saldo finale del rendiconto, ma guardi alle persone dietro le cifre. La rottamazione locale può diventare un intervento di politica sociale, un modo per ricucire il rapporto tra cittadino e istituzione.

Un sindaco non è uno sceriffo del fisco. È, o dovrebbe essere, il custode di un equilibrio.

Forse è il momento che le amministrazioni comunali assumano un ruolo diverso, quasi simbolico: non quello di chi tende l’arco, ma di chi allenta la corda quando la pressione diventa insostenibile. Un gesto che ricorda più Robin Hood che il burocrate. Non per togliere risorse ai servizi, ma per evitare vessazioni inutili, per distinguere tra rigidità e giustizia.

Perché un Comune forte non è quello che accumula cartelle. È quello che sa trasformare il debito in un percorso di rientro possibile.

In fondo, la vera ricchezza di un territorio non è il totale delle entrate accertate.
È il numero di cittadini che riescono a restare in piedi.

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