I BRONZI A MILANO?

Vittorio Sgarbi e tanti altri non hanno dubbi: i Bronzi di Riace devono andare all’Expo. Altrettanto certi ne sono anche molti calabresi come certo ne è Stanislao Smurra, operatore culturale che con un linguaggio molto elegante afferma che è “Un inutile ed autolesionista atteggiamento di chiusura culturale anche il solo pensare di poter erigere barriere locali all’’invece salvifica circolazione promozionale dei propri marcatori identitari”.

In parole povere questa citazione significa che la Calabria deve mandare i Bronzi in tournée per farsi pubblicità. Magari – perché no? – mettendo loro addosso un tanga leopardato e un boa rosa, come quel fotografo cialtrone ha fatto qualche settimana fa: se show business ha da essere, che show business sia, che diamine!

Io, nel mio piccolo, su questa trasferta qualche dubbio ce l’’avrei. Mica per altro: non mi sembra che si sia chiesto a Firenze di spostare a Milano il Perseo di Cellini (non dico il Davide di Michelangelo: quello è troppo pesante) o a Bologna di mandarci il Nettuno dell’’omonima piazza.Non mi è chiaro il motivo per cui solo la Calabria, spedendoci quelle due statue delicatissime, dovrebbe mandare i suoi tesori a spasso per farsi conoscere.

A parte questo, c’’è un pensierino fastidioso che mi ronza per la testa. Proviamo a tracciare il profilo del visitatore tipo -– straniero -– dell’Expo di Milano, per esempio un giapponese. I giapponesi -– l’’ho letto sulla Settimana Enigmistica –- pensano che la tarantella sia una musica tipica veneziana. Vedi un po’ che idea possono avere della geografia italiana: non più precisa di quella che noi abbiamo della geografia Giapponese. Alzi la mano chi sa dove accidenti sta Hokkaido, per dire.

Arrivano, dunque, i giapponesi, sorridenti e carichi di macchine fotografiche; e, mangiando mangiando (non dimentichiamo che il tema dell’Expo di Milano è il cibo, non la Magna Grecia), si fanno tanti bei “selfie”; qualcuno magari, oltre che con le lasagne bolognesi, i canederli trentini e il baccalà alla vicentina, si fotografa anche con i Bronzi alle spalle. Poi tornano a Tokyo e mostrano giulivi quei “selfie” a parenti e amici. I quali diranno: che belle le lasagne, i canederli e il baccalà! E quelle statue come sono alte, come sono nere! E loro: vengono dalla Calabria. La Calabria? E che cos’’è? Boh! Sarà un quartiere di Milano….

Ho scelto i giapponesi, ma non è che l’’americano tipo – o il cinese tipo, o l’’indiano tipo – sia più attento e interessato ai dettagli della geografia del nostro Paese di quanto noi lo siamo alla geografia del loro. Dov’è il Nebraska? E il Ze-chuan? Per non dire dell’’Indostan: il nome stesso (Indo’ stan?) contiene il mistero.

Dunque ho fieri dubbi circa l’’effettiva utilità che la trasferta milanese dei Bronzi potrà avere per la promozione della Calabria nel mondo. I Bronzi promuoveranno l’’Expo, e indirettamente Milano; ed anche se cartelli e didascalie spiegheranno vita, morte, miracoli e resurrezione di quei due guerrieri, e “location” della loro residenza abituale fra una tournée e l’’altra, il ritorno d’’immagine per la Calabria sarà – temo – infimo.

Un altro cattivo pensiero agita i miei maligni neuroni. Ed è che chi, all’Expo, ha chiesto di poter esibire i Bronzi, a tutto pensava meno che alla promozione della Calabria. I Bronzi servono all’’Expo per farsi bello lui, non per indicare ai turisti, estasiati e curiosi, la bella regione bagnata da due mari, la patria della parola “Italia”, la terra della mitica Sibari e della Magna Grecia. L’’Expo, e fa bene, vuole promuovere la propria immagine.

E la Calabria dovrebbe darsi da fare, anche lei, per promuovere la sua. Avvalendosi, anche, dei Bronzi (possibilmente nudi come scultore li ha fatti e senza paillettes addosso) e mostrandosi al mondo in tutte le sue bellezze. Che farebbe bene, sia detto per inciso, a trattare e valorizzare un po’’ meglio. Nell’’interesse suo, prima di tutto; ma anche per la gioia, e per la crescita culturale, di chi sa apprezzare le cose belle.

Giuseppe Riccardo Festa.

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