■Antonio Loiacono
La presenza del procuratore di Napoli Nicola Gratteri all’incontro pubblico organizzato a Piazza Steri di Corigliano-Rossano dal gruppo europeo The Left: “Solidarietà e Legalità – Contro le mafie, per l’Europa della Legalità”; con la partecipazione dell’eurodeputato Pasquale Tridico e del giornalista Peter Gomez, ha sollevato un’ondata di critiche da parte di esponenti del centrodestra, sia a livello locale che nazionale.
Secondo i contestatori, la figura del magistrato non può e non deve prendere parte a iniziative di natura politica, nemmeno in veste “tecnica”. Ma questa posizione ha un fondamento giuridico? O è frutto di un’interpretazione opportunistica? Per rispondere, occorre distinguere tra diritto individuale, dovere istituzionale e precedenti storici.
L’evento – inserito in un ciclo di iniziative sulla legalità e l’Europa – ha visto Gratteri intervenire su temi legati alla giustizia, al contrasto alle mafie, alla politica penale europea, senza apparenti riferimenti polemici diretti a forze politiche. Tuttavia, la cornice politica dell’evento (organizzato da un gruppo parlamentare di sinistra) ha spinto esponenti della destra a parlare di “strumentalizzazione della toga” e di “inaccettabile esposizione mediatica di un magistrato in servizio”.
La normativa è chiara: secondo l’art. 1 del D.lgs. 109/2006, ai magistrati è vietato:
“tenere condotte che compromettano la propria imparzialità o appaiano incompatibili con le funzioni”. In altre parole: un magistrato non può aderire a partiti politici, né svolgere attività politiche attive; può però partecipare a eventi pubblici, tenere conferenze, scrivere saggi, dialogare con i cittadini, intervenire su temi di interesse pubblico, finché ciò non compromette la percezione della sua imparzialità.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte ribadito che anche i magistrati godono del diritto alla libertà di espressione, purché compatibile con il loro ruolo.
Il caso Gratteri non è né nuovo, né isolato. Ecco alcuni esempi noti:
Piercamillo Davigo, ex magistrato e membro del CSM, ha più volte partecipato a incontri pubblici anche a sfondo politico, criticando apertamente leggi e riforme.
Gian Carlo Caselli ha tenuto centinaia di conferenze sulla mafia, la giustizia e i rapporti tra politica e criminalità, anche in ambienti vicini a movimenti civici o partiti.
Antonio Di Pietro, prima ancora di diventare ministro, era spesso presente nei talk show per discutere di Mani Pulite, suscitando polemiche per la sua esposizione mediatica.
Nessuno di questi casi ha mai prodotto sanzioni disciplinari formali, anche se in alcuni casi il CSM ha raccomandato maggiore prudenza.
La contestazione non nasce tanto dal contenuto, quanto dalla “forma”. Un magistrato può parlare in pubblico, sì. Ma se lo fa sotto una bandiera politica, anche indiretta, il rischio è che la sua autorevolezza venga letta come appoggio o presa di posizione.
Ed è proprio su questa ambiguità che le polemiche si alimentano. La destra, in questo caso, non contesta l’intervento tecnico, ma la cornice politica che – a suo dire – avrebbe trasformato un contributo istituzionale in un endorsment ideologico.
A ben vedere, nella storia repubblicana non mancano casi di magistrati presenti a dibattiti organizzati da partiti o gruppi politici, spesso senza alcuno scandalo. La differenza? Il clima politico del momento, il peso pubblico del magistrato coinvolto, e soprattutto la strumentalizzazione mediatica da parte di altri attori.
Nel dopoguerra, magistrati come Livatino, Imposimato, Falcone hanno partecipato a eventi pubblici, anche di taglio politico-culturale, senza subire attacchi diretti. Il rispetto istituzionale superava la logica dello scontro. Oggi, invece, anche una conferenza può diventare campo di battaglia ideologica, specie se tocca nervi scoperti come giustizia e lotta alla criminalità.
Il caso Gratteri dovrebbe essere l’occasione per un dibattito serio e non strumentale su quale ruolo debba giocare la magistratura nella società. Zittire le toghe è sbagliato. Ma anche trasformarle in portabandiera rischia di compromettere la loro autorevolezza.
Gratteri ha parlato da magistrato, non da politico. A giudicarlo non dovrebbero essere gli slogan, ma la sua condotta, i suoi atti, il rispetto delle norme.
Perché in democrazia, come in giustizia, la forma è sostanza. Ma la polemica sterile è solo rumore!
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