■Antonio Loiacono
Luca De Tommaso ha 32 anni e una storia che non fila dritta come una linea, ma somiglia più a una strada di quelle del sud: curve improvvise, scorci inaspettati, e ogni tanto un panorama che ti costringe a fermarti. È nato a Milano, sì, ma dentro si porta dietro un’altra geografia. Suo padre viene da Caloveto, in Calabria — un posto dove torna ogni anno, quasi fosse un richiamo inevitabile — e sua madre è di Agrigento, Sicilia pura. Nord e sud che si incontrano, si mescolano, e alla fine costruiscono qualcosa di unico.
Da bambino non era esattamente “normale”, se vogliamo dirla tutta! A quattro anni e mezzo, infatti, leggeva i cartelloni pubblicitari per strada. Non per gioco, non per imitazione. Leggeva davvero. All’inizio i genitori pensavano fosse una specie di memoria visiva, che riconoscesse le immagini viste in TV. Poi no. Era lettura vera. Fluida. Autonoma. Aveva imparato da solo all’asilo — come, nessuno lo sa ancora oggi. Una di quelle cose che restano sospese tra talento e mistero.
Crescendo, la direzione sembrava chiara. Liceo classico Berchet, uno dei più duri, più esigenti di Milano. E poi un’idea fissa: medicina. Non una scelta tiepida, di quelle “vediamo come va”. No. Era l’obiettivo. Punto. C’era il fascino di Medici Senza Frontiere, delle storie ai confini del mondo, dove la medicina diventa qualcosa di più grande di una professione. Diventa missione.
Poi però la vita — che ha sempre un certo gusto per gli imprevisti — cambia le carte. Quasi per caso, senza annunci, senza colpi di scena teatrali, entra nel mondo del diritto. E lì incontra una figura decisiva: una giudice, donna, che diventa mentore durante il tirocinio post-laurea in giurisprudenza. Non è solo formazione tecnica. È un passaggio di visione, di responsabilità, di senso.
Da quel momento, la rotta cambia. Non per indecisione, ma per riconoscimento. Come quando capisci che una strada è tua, anche se non l’avevi pianificata.
Fa il tirocinio per il concorso in magistratura. Nel frattempo supera anche l’esame di Stato: diventa avvocato. Ma non è quello il traguardo. È un passaggio, importante certo, ma non definitivo. La mira è un’altra.
Lavora all’Ufficio del Processo. Studia. Intensifica. Poi fa una scelta che non tutti hanno il coraggio di fare: si licenzia. Taglia via tutto il resto per dedicarsi completamente alla preparazione. Niente scorciatoie, niente compromessi. Solo tempo, fatica, disciplina. Quelle giornate lunghe, a volte opache, dove i risultati non si vedono subito. Ma si costruiscono.
Il concorso in magistratura non è un esame qualsiasi. È, probabilmente, uno dei più complessi e selettivi in Italia. Quell’anno: circa 7000 candidati. Di questi, circa 500 arrivano agli orali. E alla fine, solo 380 ce la fanno. Numeri che parlano da soli. Numeri che non perdonano.
E poi succede una cosa che sembra scritta da qualcuno con il senso del simbolo. Il 23 maggio — anniversario della morte di Giovanni Falcone — Luca scopre di aver superato le prove scritte. Una coincidenza, certo. Ma di quelle che lasciano un segno.
A dicembre 2024 arriva anche l’ultimo passaggio: gli orali. Duri, temuti, quasi leggendari. Li supera. E diventa, ufficialmente, magistrato della Repubblica Italiana.
Il giuramento. L’incontro con il Presidente Mattarella. E quella sensazione strana, difficile da spiegare: quando qualcosa che hai rincorso per anni, improvvisamente, è reale.
Nel frattempo non resta in silenzio. Durante la campagna referendaria sulla giustizia, partecipa a convegni, prende posizione, sostiene il NO. Lo fa in prima persona, senza nascondersi dietro prudenze di carriera. Non è una scelta comoda, soprattutto all’inizio. Ma è coerente.
Sceglie la magistratura giudicante penale. Non una strada leggera. E sceglie Brescia come sede, uno dei tribunali più grandi d’Italia che, nel tempo, è stato al centro di procedimenti di grande rilevanza nazionale, contribuendo a rafforzarne il peso istituzionale e mediatico. Avrebbe potuto andare altrove, anche al sud, dove una parte di lui continua a guardare. Ma alla fine decide così.
E adesso viene la parte più difficile. Non superare un concorso. Non studiare. Non dimostrare di sapere.
Adesso deve fare il giudice!
Che è un mestiere strano, a dirla tutta. Complesso. Faticoso. A volte persino logorante. Ci sono giorni in cui pesa, altri in cui dà un senso profondo a tutto. Non è mai neutro.
È un potere che non è mai davvero un privilegio. È una responsabilità che sfiora il limite.
E forse il punto è proprio questo: non esiste un “arbitro del bene e del male” nel senso assoluto o “deandrèano”! Esiste qualcuno che prova, ogni giorno, a muoversi tra zone grigie, cercando di essere giusto sapendo che la giustizia perfetta non è di questo mondo.
Il giudice lavora spesso nel silenzio. Niente riflettori, niente applausi. Solo carte, decisioni, responsabilità. Deve restare lucido, non farsi trascinare dalle emozioni — ma allo stesso tempo non può permettersi di diventare freddo, distante, disumano. È un equilibrio sottile, fragile!
Perché alla fine, ogni decisione tocca la vita delle persone. Vittime. Imputati. Innocenti presunti. Colpevoli accertati. Storie vere, non teorie.
E lì, in quel punto preciso dove il diritto incontra la realtà, serve qualcosa in più delle competenze. Serve misura. Serve onestà. Serve una forma di coraggio silenzioso.
Luca lo sa.
E sa anche che, da ora in poi, non si tratta più di arrivare. Ma di essere all’altezza, ogni giorno!
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