CARIATI DIFENDE L’OSPEDALE

CARIATI DIFENDE L’OSPEDALE Fonte: ILMANIFESTO.IT – 22.10.2010 di Pasquale Golia, Silvio Messinetti CARIATI DIFENDE L’OSPEDALE Da cinquanta giorni un’intera comunità è mobilitata in difesa della sanità pubblica. Contro la chiusura del «Cosentino», vittima dei tagli di Scopelliti, associazioni, comitati, sindacati e partiti della sinistra. C’è burrasca a Cariati. E non per lo Jonio che in quest’estate prolungata è piatto come una tavola. Ma per la mobilitazione a difesa dell’ospedale che da cinquanta giorni unisce e cementa un’intera comunità: picchettaggio ad oltranza della Statale Jonica, cortei, flash mobs e proteste ad effetto nelle sedi istituzionali. Una rabbia esplosiva che non si arresta. Specie dopo la presentazione ufficiale del “Piano di rientro del sistema sanitario”, voluto con forza dal presidente della Regione, Peppe Scopelliti. Che, a meno di una clamorosa retromarcia, segnerebbe la chiusura immediata di 6 ospedali e la riconversione di altri 14 nosocomi calabresi. Tra i quali il “Vittorio Cosentino” di Cariati. IL COMITATO PRO OSPEDALE A coordinare la mobilitazione c’è un comitato sorto a difesa del presidio sanitario. Decine di associazioni, sindacati e partiti della sinistra. E, soprattutto, un intero popolo che non si rassegna a rimanere privo di assistenza sanitaria in un territorio ampio, abitato da oltre 100 mila persone che si triplicano in estate. «Le contestazioni spontanee, vibrate, concitate, rumorose a suon di fischietti, con mezzi estremi come lo sciopero della fame, come le occupazioni provvisorie e temporanee della sede stradale, sono state intraprese non per difendere una struttura fatiscente e rischiosa, ma per difendere nella maniera più civile e meno violenta possibile, un ospedale che è una conquista di civiltà – ci spiegano i rappresentanti del comitato – e che in trent’anni ha dispensato sanità di ottimo livello. Non difendiamo una cattedrale nel deserto ma la nostra vita». In effetti l’ospedale “Vittorio Cosentino”, in trent’anni di attività, non ha mai prodotto un solo caso di malasanità. Ha salvato, per contro, migliaia di vite umane: infartuati, pazienti in edema polmonare, gravi emorragie, partorienti con serie complicanze. In silenzio, questo gioiello di sanità pubblica ha restituito la salute, la vita e la serenità a migliaia di famiglie. Ma la buona sanità in Italia non fa mai notizia. UNA PROTESTA A DUE GAMBE «Da Torre Melissa a Rocca Imperiale c’è una sola voce, un solo diritto che si difende, è il nostro diritto alla salute e non lo faremo calpestare da nessuno» esclama accalorato il sindaco di Cariati, Filippo Sero (Pd). Che a Catanzaro, in sede di presentazione del “Piano Scopelliti”, si è presentato imbavagliato in fascia tricolore. In effetti, la protesta non riguarda solo il territorio del Basso Jonio cosentino e l’Alto crotonese. Ma si estende (vedi il manifesto del 2 ottobre) all’ampia area dell’Alto Jonio cosentino. Duecento chilometri e centinaia di migliaia di persone, molte delle quali stanziali in zone montane ed impervie. Marciare divisi per colpire uniti, si sarebbe detto una volta. Perché se l’obiettivo è comune – la ridefinizione del Piano – diverse sono le forme di lotta. Nell’Alto Jonio i sedici sindaci sono al muro contro muro con Scopelliti, si sono dimessi in blocco, hanno tenuto un presidio a Roma davanti al ministero della Sanità e – nemmeno tanto provocatoriamente – hanno fatto formale richiesta per indire un referendum volto all’annessione alla confinante Basilicata. Qui a Cariati, ma anche a Mirto Crosia, Mandatoriccio, Terravecchia, Calopezzati, Campana, Cirò Marina, Crucoli, Melissa, Umbriatico, Pietrapaola, Verzino si preferisce, piuttosto, il confronto istituzionale, parallelo alla lotta sociale. «Comunque nulla è perso – continua Sero – e non è vero che i giochi siano fatti. Il tavolo interistituzionale si deve riaprire e si riaprirà. A Scanzano Jonico erano già pronte le scorie nucleari ma c’è stato un popolo che si è ribellato e c’è l’ha fatta. Ce la faremo anche noi anzi ce la dobbiamo fare per i nostri figli e per la nostra dignità di cittadini». LE LOBBIES DI SOCIETÀ PRIVATE Il debito della sanità calabrese, secondo quanto trapela dalla Regione, ammonta a circa un miliardo di euro. Un disavanzo che Scopelliti, come detto, vorrebbe ripianare con la chiusura e la riconversione di taluni ospedali. Quelli «fatiscenti e a rischio» secondo il presidente. Nella nostra visita al “Cosentino” notiamo invece una struttura moderna e iperattiva nell’offerta di prestazioni sanitarie ai pazienti. E ciò è confermato dai dati e dalle testimonianze dirette dei medici. Come ci spiega il dott. Antonio Carlomagno, cardiologo a Cariati e sindaco di un piccolo paese della sibaritide, Cerchiara di Calabria. «Due settimane fa è arrivato qui da noi da un paesino della Sila un paziente colpito da infarto miocardico. E’ giunto in ospedale in tempo. Se non fosse stato sottoposto ai trattamenti sanitari in modo tempestivo non ce l’avrebbe fatta. E in tutto l’anno abbiamo registrato centinaia di questi casi. Allora mi chiedo – si interroga il medico – quanti di questi sarebbero sopravvissuti se avessero dovuto raggiungere Rossano, a 80 chilometri da questi centri. Noi non siamo contro il risanamento. Vogliamo solo che nella riorganizzazione si tenga conto dei diritti dei cittadini. Migliaia di calabresi rimarranno senza assistenza, in particolare coloro che vivono nelle zone interne. Ci dica la Regione se allora dobbiamo chiudere questi paesi e andare via. Perché la situazione che si prospetta è drammatica. Senza Cariati e Trebisacce vi saranno ambulanze che porteranno i pazienti qua e là alla ricerca di un posto utile. Il rischio è che qualcuno in quelle ambulanze muoia davvero».Piuttosto, questa «riorganizzazione» proposta da Scopelliti, denunciano i comitati a difesa degli ospedali jonici, «sarà il cavallo di Troia per l’ingresso nei presidi di Cariati e Trebisacce di grosse lobbies di società cosentine e reggine, vicine al presidente ed ai suoi collaboratori, a cui cedere in gestione tutto all’indomani della chiusura». LA LETTERA A NAPOLITANO «Immagini, caro Presidente, un infartuato che scende dalla zona montuosa in auto e percorre strade tortuose e dissestate, che impiega anche più di un’ora per arrivare a Cariati, dovrebbe essere messo in un’ambulanza del 118, trasferito all’ospedale di riferimento situato a 40 chilometri di Statale Jonica per sentirsi dire che non c’è posto e cominciare da lì un calvario probabilmente letale. Gli infartuati che fino ad oggi arrivano nel nostro ospedale vengono trattati con adeguata terapia e trasferiti alla cardiochirurgia in meno di tre ore che è il tempo limite per eseguire un’angioplastica o un bypass salvavita e per garantire qualità di vita e conseguentemente meno spese sanitarie». L’ultima mossa del Comitato pro ospedale di Cariati è una lettera al presidente della Repubblica. Da cui si attende una risposta e un incitamento ad andare avanti. In questa lotta di dignità.

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