“Azienda” è una parolaccia se associata a “pubblica sanità”

Se una lezione dovremmo aver appreso dall’esperienza di questi mesi, è che ci sono cose che un Paese civile non può sottoporre ai criteri e agli standard che valgono, e sono indispensabili, nel mondo delle imprese, del commercio e dell’industria.

Prima di tutto dovremmo intenderci su alcune definizioni di fondo: che cos’è lo Stato? A cosa serve? E qual è la sua ragion d’essere?

Senza pretendere di ergermi a professore di filosofia politica, credo di poter affermare che lo Stato si definisce come un’associazione di esseri umani che si riconoscono appartenenti a un certo ambito geografico, culturale e sociale, regolato da un certo insieme di norme. Serve, o almeno dovrebbe servire, a far sì che siano garantiti i molti diritti di tutti attraverso l’assolvimento da parte di ciascuno di pochi ma essenziali doveri: il civismo, innanzitutto (ossia il rispetto dei beni comuni e altrui e degli altrui diritti) e il contributo al mantenimento dei servizi di comune e pubblica utilità. Se mancano questi requisiti, allora non ha senso che esista uno Stato.

A rischio di passare per comunista (tanto ci sono abituato), fra i beni e i servizi di pubblica utilità annovero ad esempio le ferrovie, le strade, la scuola e, soprattutto, l’assistenza sanitaria.

Questi servizi certamente hanno, o almeno dovrebbero avere, alcuni requisiti in comune con le attività industriali e commerciali, primo fra tutti quello dell’efficienza e dell’economicità. Ma assolutamente non dovrebbero rispondere a criteri di redditività.

Perché è proprio qui che sta il significato della parola “servizio” e la sua differenza con la parola “azienda”: per definizione (lo si impara in III Ragioneria), lo scopo di un’azienda è di produrre utili, ma lo Stato, che doverosamente offre ai suoi cittadini questi servizi, su di essi non deve lucrare. Deve, certamente, fare di tutto per ottenere il massimo risultato al minimo possibile costo (e questo è il criterio di economicità), ma non deve cercare il profitto quando con le ferrovie e le strade avvicina fra loro le varie aree del Paese, quando con le scuole forma le nuove generazioni di cittadini, quando con la sanità garantisce ai suoi membri il massimo possibile grado di benessere fisico e mentale. Se un corrispettivo è richiesto per la fruizione dei questi servizi, esso deve essere mirato alla pura e semplice partecipazione ai costi di realizzazione e di gestione.

Trasformare i presidî sanitari in aziende è una concessione (una delle tante) al neoliberismo che dagli anni Ottanta del secolo scorso, partendo dalla Gran Bretagna di Margaret Thatcher e dagli USA di Ronald Reagan, ha cominciato a erodere la stessa idea di comunità nazionale, trasformando il concetto di Stato da virtuoso consorzio di cittadini a fastidioso onere: una fabbrica di tasse da smantellare, cedendo all’iniziativa privata tutto il cedibile e anche di più, tanto che negli USA perfino molte carceri e servizi di sicurezza aeroportuali sono gestiti da aziende private.

Il prezzo di questo liberismo antistatalista, inevitabilmente, lo pagano i più poveri, che vedono via via erodersi la qualità e la quantità dei servizi di cui godono, mentre i ricchi ridono: poco importa, a loro, se le scuole pubbliche sono fatiscenti e l’assistenza sanitaria diventa scadente: loro continuano a mandare i figli nelle scuole private e a curarsi nelle cliniche di lusso; e in più si ritrovano a pagare meno tasse.

Una precisazione a questo punto è necessaria: la definizione di Stato che qui propongo si attaglia a Paesi veramente civili ed evoluti in cui la corruzione è detestata, la concussione ripugna e gli evasori fiscali sono disprezzati e non ammirati. Paesi i cui cittadini si sentono parte di una comunità, antepongono il bene comune al proprio guicciardiniano particulare e capiscono il senso dell’Art. 3 della Costituzione che al secondo comma recita: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

È strano, a pensarci, che una dichiarazione così bella, impegnativa e inequivoca campeggi all’inizio della Costituzione del Paese i cui cittadini meno di ogni altro sono purtroppo disponibili a sentirsi parte di una comunità e più di ogni altro sono invece entusiasticamente impegnati a strafregarsene del bene comune, tutti presi come sono dalla cura dei propri, miopi, meschini ed egoistici interessi particolari.

Giuseppe Riccardo Festa

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